La vergognosa sentenza dell’ Unione Europea

Autore: Emanuel Baroz, 14 novembre 2019

 La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i prodotti fabbricati in Giudea e Samaria non possono essere etichettati “made in Israele” imponendo che le etichette vengano modificate in tutti i 28 stati membri. Prima della sentenza l’Unione Europea si limitava a consigliare tale etichettatura, che ora diventa invece obbligatoria e l’Unione Europea può avviare procedimenti legali contro qualsiasi stato che non si adegui. L’etichettatura obbligatoria si applica anche alle merci prodotte nella parte est di Gerusalemme e sulle alture del Golan anche se in quelle aree, a differenza della cosiddetta Cisgiordania, vige la giurisdizione israeliana.

Questa decisione è una vergogna per una serie di motivi. In primo luogo, è stata pubblicata proprio mentre metà Israele era bloccato sotto una pioggia di razzi e missili lanciati dai terroristi di Gaza sulla popolazione civile israeliana. Un minimo di considerazione sarebbe stato apprezzato, in un momento come quello. La Corte avrebbe potuto facilmente aspettare un po’, ma non l’ha fatto. La decisione sarebbe stata controversa in qualunque momento, ma il fatto che sia arrivata mentre i bambini, da Tel Aviv a Beersheba e oltre, dovevano rimanere a casa da scuola e correre al riparo nei rifugi al suono delle sirene è apparso agli israeliani come un inutile insulto.

Questo prendere di mira unicamente Israele  è esattamente ciò che intendeva l’ ex-dissidente sovietico Natan  Sharansky quando nel 2004 scrisse delle “3D” che distinguono l’ antisemitismo dalla legittima critica di Israele: delegittimazione di Israele, demonizzazione di Israele e uso di doppi standard verso Israele. Impossibile non vedere che l’Unione Europea sta usando un doppio standard (due pesi e due misure) nei confronti di Israele rispetto ad altri territori. Non esiste nessun analogo obbligo di etichettatura relativo ad altre aree di conflitto territoriale come il Tibet (occupato dalla Cina), Cipro Nord (occupato dalla Turchia) o il Sahara occidentale (occupato dal Marocco). In questo caso, anzi, lungi dal discriminarne i prodotti, l’Unione Europea ha persino stretto un accordo con il Marocco che consente alle imbarcazioni europee di pescare nelle acque territoriali del Sahara occidentale.

Al di là della definizione formale di antisemitismo, gli europei hanno una lunga storia vecchia di secoli in quanto a voler dettare agli ebrei dove possono e, più spesso, dove non possono vivere, e con chi possono o non possono fare affari. Etichettare le merci prodotte da ebrei in Giudea e Samaria non farà che incoraggiare i boicottaggi, una cosa che gli ebrei hanno subìto nel periodo più buio della storia d’Europa. Dichiarando illegittime le attività ebraiche, e dunque implicitamente la stessa vita ebraica, in Giudea e Samaria, l’Unione Europea non fa che aderire all’idea caldeggiata dai palestinesi secondo cui vi sono regioni della carta geografica che devono essere judenrein, ripulite dalla presenza di ebrei. Dopotutto, lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato che, per arrivare a un accordo con Israele, la cosiddetta Cisgiordania dovrà essere “sgomberata dai coloni”, intendendo gli ebrei israeliani. L’Europa consente il libero passaggio e la libera residenza dei cittadini da uno stato all’altro, ma i suoi tribunali ritengono che il concetto di aree “libere da ebrei” sia accettabile in altre parti del mondo.

La decisione si applica anche alle merci israeliane prodotte sulle alture del Golan, un’area su cui si esercita la sovranità d’Israele come hanno riconosciuto anche gli Stati Uniti. Pretendere un’etichettatura discriminatoria dei prodotti israeliani fabbricati nel Golan ha ancora meno senso. Mettiamo che Israele debba cedere il Golan a qualcuno: a chi consiglierebbe di cederlo, l’Unione Europea? Allo spietato dittatore siriano Bashar Assad che ha trucidato più di mezzo milione di persone della sua stessa popolazione nella lunghissima guerra civile? O l’Europa preferirebbe che il Golan venisse ceduto all’ISIS, a all’Iran, o magari alla Russia? Il controllo di Israele sul Golan contribuisce a proteggere Israele e impedisce un conflitto più ampio che potrebbe scoppiare e dilaniare tutto il Medio Oriente. Non riconoscere questo semplice fatto non è solo ignoranza. È una menzogna.

Poi c’è Gerusalemme est. Fondamentalmente, ciò che l’Unione Europea sta dicendo è che se una menorà (candelabro ebraico) viene fabbricata in una bottega della Città Vecchia (in quel quartiere ebraico per secoli, sgomberato con la forza dalla Legione Araba nel 1948 ndr) e poi esportata perché venga venduta a Parigi, dovrebbe essere etichettata in modo discriminatorio. Vengono messi in dubbio la capitale del popolo ebraico da tremila anni e il suo profondo legame con il popolo ebraico. Siamo al grottesco.

Ciò che l’Europa sembra non capire è che sono finiti i tempi in cui poteva dettare agli ebrei dove possono e non possono vivere, e dove possono e non possono fare affari. Quei tempi sono finiti nel 1948. È imperdonabile che la massima Corte dell’Unione Europea abbia preso una decisione che puzza di pregiudizio proprio in un giorno in cui gli israeliani erano più vulnerabili. L’Europa dovrebbe vergognarsi.

Emanuel Baroz, Jerusalem Post, 14 Novembre 2019  (da: Focus on Israel)

Due pesi, due misure: L’etichettatura dei prodotti israeliani

L’ Informale, 23 aprile 2020

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Ricostruiremo la vicenda che ha portato il parlamento europeo a discriminare i prodotti provenienti da Giudea, Samaria e Golan, etichettandoli, rispetto ad altri prodotti originari da differenti:  un doppio standard evidente quando si tratta di Israele.

Lo “strano caso” dell’etichettatura dei prodotti israeliani è emblematico di come si muove la politica della UEterritori contesi o realmente occupati.

La politica di discriminazione dei prodotti israeliani, da parte della UE, è iniziata a partire dal 2005 ed è culminata con la risoluzione 2015/2685 del parlamento europeo del 10 settembre 2015, con la quale si decideva di “etichettare” tutte le merci israeliane prodotte in Giudea, Samaria e Golan. Il punto di partenza di questa politica europea – che non ha nulla a che vedere con il diritto internazionale come vedremo in seguito – è stata l’istituzione di una lista, a fini doganali, che identificava i codici postali d’origine dei prodotti israeliani per poter identificare con estrema precisione da dove provenissero: da al di qua o da al di là dei “confini del ‘67” come la UE li identifica. Questa prassi non è mai stata resa pubblica prima del 2012, anno nel quale fu pubblicato un “avviso” agli importatori europei con il quale si indicava il regime fiscale da applicare alle merci provenienti da Israele oppure dai “territori occupati da Israele nel giugno del 67” come deciso dalla UE. E’ da sottolineare che questo trattamento non è mai stato applicato – e non è applicato – dalla UE in nessun altro caso di disputa territoriale o di occupazione. Basta citare i casi più eclatanti: la UE mantiene tariffe doganali agevolate per i prodotti ittici di provenienza dall’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco senza distinguere se essi provengano dal Marocco o dal Sahara Occidentale. La stessa cosa è valida nel caso dei prodotti provenienti dalla Turchia senza distinguerli da quelli provenienti dalla parte di Cipro occupata. Bisogna subito chiarire che nessuna norma del diritto internazionale prevede l’illegalità di attività economiche, commerciali o industriali nei territori contesi o occupati (con l’eccezione dello sfruttamento coatto della popolazione o l’esproprio di beni privati come ad esempio nel caso di Cipro nord) da parte della potenza occupante. Infatti, nessuna obiezione, oltre i casi già citati, è mai stata fatta ad imprese economiche francesi nella Saar durante l’occupazione francese, o nel caso di imprese USA a Berlino – occupata dagli americani fino al 1990 – o in Giappone. Questa “non regola” è applicata solamente a Israele senza che se ne conoscano le basi giuridiche.

Il passo successivo, da parte delle UE, nella discriminazione dei prodotti israeliani si è avuto nel luglio 2013, quando la Commissione Europea ha pubblicato gli “Orientamenti sull’ammissibilità delle entità israeliane e relative attività nei territori occupati da Israele da giugno 1967 alle sovvenzioni, ai premi e agli strumenti finanziari dell’UE a partire dal 2014”. Qui la solerte Commissione Europea ha superato se stessa, infatti, come specifica l’art. 2 del testo: “Per territori occupati da Israele da giugno 1967 si intendono le Alture del Golan, la Cisgiordania inclusa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza”. Per la Commissione Europea nel 2013 Israele occupava ancora Gaza nonostante dal 2005 avesse ritirato tutti i soldati, i civili e avesse passato tutte le competenze civili, amministrative e di sicurezza all’Autorità Nazionale Palestinese. Anche in questo caso non si capisce in base a quale principio la Commissione Europea consideri Gaza “occupata” da Israele. Ma questa non è la cosa peggiore presente nel testo per capirne la faziosità irrazionale. Un altro aspetto unico e discriminatorio, del testo delle Linee Guida, è determinato dall’individuazione dei soggetti oggetto delle misure restrittive applicate. Non è dato distinguere se tali soggetti siano solo quelli che hanno sede nei territori contesi (così come all’art. 9) o anche quelli che svolgano attività nei territori contesi (così come all’art. 12). In questo caso tutte le imprese agricole, industriali o finanziarie israeliane potrebbero virtualmente esser considerate illegali purché svolgano una qualsiasi attività nei territori di cui all’art. 2 del testo (sopra citato). Inoltre, mancando completamente dei requisiti legali per queste Linee Guida della Commissione Europea, si potrebbe arrivare al caso, davvero grottesco, di società israeliane che forniscono acqua, elettricità, gas o altro alla Striscia di Gaza (nella quale né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese hanno mai provveduto a creare le infrastrutture minime) che potrebbero essere discriminate per fornire i servizi minimi ad una popolazione, considerata “occupata”.

E’ chiaro che la scelta di adottare tali “Orientamenti”, privi in un qualsivoglia elemento giuridico, ha una valenza politica di ampia portata poiché favorisce la pressione politica esclusivamente su Israele considerato dalla UE come l’unico soggetto non disposto ad arrivare ad un accordo di pace anche se è la controparte palestinese che ha sempre rifiutato ogni accordo proposto, fino a rifiutarsi di sedersi ad un tavolo per potare avanti le trattative, ormai gravate da precondizioni del tutto inaccettabili per Israele.

Come si evince chiaramente da quanto sopra esposto, l’etichettatura dei prodotti israeliani è solo l’ultimo capitolo di una politica discriminatoria della UE nei confronti di Israele che è partita almeno dal 2005. Entrando nel dettaglio della risoluzione 2015/2685 del parlamento europeo, si scoprono altre cose estremamente interessanti anche se poco note.

Una delle prime cose che balzano all’occhio nel leggere la Risoluzione 2685 dal titolo “The EU’s role in the Middle East peace process”, è che La UE ha già deciso quale deve essere la soluzione degli Accordi di Oslo (quella dei due Stati), quali ne devono essere i confini e le rispettive capitali. Ma oltre a ciò la UE si spinge, in numerosi articoli della risoluzione, a definire i territori materia di trattative, dagli Accordi di Oslo in avanti, come “territori palestinesi occupati”. Questa definizione non è fondata su alcun principio del diritto internazionale, ma è basta su mere considerazioni politiche.

A questo proposito, come per la decisione di etichettare i soli prodotti israeliani, è interessante studiare il lavoro di ricerca compiuto dal centro di ricerca Kohelet. In un suo lavoro capillare e ricco di fonti, Kohelet ha chiaramente evidenziato come la politica estera della Commissione Europea sia pesantemente influenzata dal think tank “European Council on Foreign Relations” (ECFR). Questo centro di ricerca privato ha pubblicato numerosi “studi” che sono diventati di fatto le linee guida della politica estera europea. E’ senza dubbio il caso del conflitto arabo-israeliano ma vale anche per i numerosi conflitti nel mondo e di approccio europeo verso i casi di “occupazione”.

Il minuzioso studio condotto da Kohelet ha evidenziato in modo inequivocabile come l’atteggiamento europeo nei confronti di Israele sia basato sulle relazioni del ECFR e sulla “sua visione” del conflitto nonché sulle sue “raccomandazioni” su come muoversi politicamente verso le due parti in causa. Leggendo vari report si scopre che le parole utilizzate dal ECFR diventano, poi, le parole utilizzate nei documenti ufficiali della UE. La politica – e le soluzioni proposte – dei documenti del ECFR sono entrate nei documenti e nelle proposte avanzate dalla UE nei confronti di Israele. Non da ultimoa quella di etichettare i prodotti israeliani.

La cosa più imbarazzante è che in tutti casi al mondo di reale occupazione o di contesa territoriale il centro ECFR non ha mai proposto la discriminazione delle attività economiche della potenza occupante o dello Stato che detiene il controllo di un’area contesa. Questo criterio è stato applicato esclusivamente nei confronti di Israele, come l’attenta e quasi maniacale mappatura delle imprese israeliane attive in Giudea, Samaria e Golan. Criterio che non ha uguali in nessun altro caso al mondo.

Inoltre, dalla analisi delle società finanziatrici del European Council on Foreign Relations, si scopre che tante di esse hanno forti interessi economici in molti dei territori occupati o contesi in giro per il mondo: Allianz SE, compagnia di assicurazioni tedesca, ha molte filiali nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, incluse le città di Boujdour, Dakhla e Laayoune. La banca spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, S.A. (BBVA), detiene il controllo della banca Garanti BBVA con otto filiali e uffici in Cipro nord occupata dalla Turchia. La tedesca Bosch ha interessi in numerosi centri commerciali ciprioti mentre Bosch Car Services ne ha nel Western Sahara . Così come altri grandi donatori di ECFR sono Daimler AG e Banco Santander con numerosi interessi economici nelle stesse aree occupate.

Però l’ European Council on Foreign Relations non si è mai espressa per l’etichettatura di nessuna azienda europea operante nei territori occupati. Questo criterio è applicato esclusivamente ad Israele. E’ da sottolineare che anche banche come Norges Bank (Norvegia) e Danske Bank (Danimarca) che hanno voluto disinvestire partecipazioni in Israele per imprecisati “diritti umanitari violati” fanno affari a Cipro Nord e nel Sahara Occidentale. Chiaro esempio di doppio standard.

In considerazione del fatto che solo Israele ha subito questa “politica” europea, che non ha basi nel diritto internazionale, si può tranquillamente asserire che si tratta di una palese discriminazione basata su interessi politici e ideologici ma non giuridici.

L’ Informale, 23 aprile 2020

Il “diritto al ritorno”: la madre di tutte le leggende

 L’ Informale, 6 giugno 2020

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Una delle più grandi mistificazioni create attorno al conflitto arabo-israeliano è senza ombra di dubbio quella del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi. Questa vera e propria leggenda è iniziata pochi mesi dopo lo scoppio della guerra d’aggressione voluta dagli arabi ai danni del nascente Stato di Israele nel 1948.

Prima di entrare nel merito di questa questione politica che è, ormai, il vero ostacolo a qualsiasi trattativa di pace tra Israele e l’ANP, bisogna subito chiarire che un “diritto al ritorno” dei profughi non esiste nel diritto internazionale.

E’ sufficiente fare una veloce analisi di come sono stati trattati dalla Comunità internazionale i casi di profughi prodotti dalle guerre, a partire dalla Seconda guerra mondiale. In nessuna di queste circostanze i profughi sono tornati nelle località abbandonate – soprattutto in quello dei paesi responsabili delle guerre – anzi la Comunità internazionale ha favorito la creazione di Stati “etnicamente omogenei” per evitare futuri contenziosi.

Vennero espulsi dalle loro abitazioni oltre 12.000.000 di tedeschi che risiedevano in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Paesi baltici e Romania. Per la stessa ragione furono espulsi quasi un milione di polacchi dalla Bielorussia e dall’Ucraina quando l’URSS spostò arbitrariamente i confini verso Ovest alla fine della guerra. Lo stesso principio fu utilizzato quando l’ex colonia britannica dell’India si divise tra India e Pakistan: qui circa 20.000.000 di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case e diventarono profughi, per garantire maggiore omogeneità etnica ai due nascenti paesi e questo avvenne tra il 1947 e il 1948 esattamente gli stessi anni dell’indipendenza di Israele. Non è da dimenticare la pulizia etnica di circa un milione di ebrei dai paesi arabi. Come mai allora, tra tutti i casi mondiali, si vuole ricordare solo il caso dei “profughi palestinesi”? Per mere ragioni politiche atte a delegittimare Israele.

L’origine della leggenda è in un documento: la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’ONU, la più mistificata e alterata, nel corso dei decenni, tra le risoluzioni ONU riguardanti il Medio Oriente.

I rifugiati palestinesi e la Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale

La Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’11 dicembre 1948, è stata presentata, nel corso degli anni e fino ai nostri giorni, da parte palestinese e dai suoi sostenitori, come la “fonte unica” del diritto internazionale per risolvere la questione dei profughi. A scanso di equivoci, bisogna subito precisare che questa risoluzione, come tutte le risoluzioni dell’Assemblea Generale, non ha valore legale per il diritto internazionale ma ha solo una valenza politica.

Facendone attenta lettura, si scopre che la risoluzione in questione è molto più ampia e articolata rispetto al problema dei profughi. Infatti, essa è composta da ben 15 paragrafi dove si parla della necessità di intavolare trattative di pace mediate dall’ONU, della demilitarizzazione di Gerusalemme, del libero accesso per tutti gli abitanti ai luoghi santi alle tre religioni e il libero accesso a Gerusalemme. Iniziative tutte disattese con l’occupazione giordana della città. Quindi, all’interno della Risoluzione 194 si colloca un orizzonte molto più ampio del solo problema dei rifugiati, ed è la necessità di trattative di pace tra arabi e Israele. Per ragioni propagandistiche, nel corso degli anni, si è cercato di decontestualizzare un solo paragrafo (alterandone perfino il significato) da tutta la risoluzione che è molto più ampia.

Per quanto concerne il problema dei rifugiati, il solo riferimento contenuto nella Risoluzione 194 è, come accennato, il paragrafo 11 che si riporta per intero e in originale (vedi documento 1):

Documento 1

11 “Dispone che i rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero essere autorizzati a farlo al più presto possibile e che dovrà essere versato un indennizzo per le proprietà di coloro che scelgono di non tornare o per perdita o il danno alla proprietà che, secondo i principi del diritto internazionale o del patrimonio netto, dovrebbe essere effettuata dai governi o dalle autorità responsabili;
Incarica la commissione di conciliazione di facilitare il rimpatrio, il reinsediamento e la riabilitazione economica e sociale dei rifugiati e il pagamento di un indennizzo e di mantenere stretti rapporti con il direttore del Soccorso delle Nazioni Unite per i rifugiati in Palestina e, tramite essa, con gli organi appropriati e le agenzie delle Nazioni Unite;” […]

Come si può, facilmente, capire la risoluzione non parla di “diritto al ritorno” ma di risistemazione o rimpatrio – come del resto in altre risoluzioni ONU, scritte per i rifugiati della II guerra mondiale o di altri conflitti – in una cornice di trattative tra le parti, e si riferisce specificatamente alle persone che “desiderano vivere in pace con i vicini” cioè tramite accordi di pace tra le parti. Ciononostante la leggenda di un presunto diritto al ritorno è ancora oggi abbondantemente utilizzata a livello politico e mediatico. Inoltre, a ulteriore conferma del suo valore nullo per il diritto internazionale, va evidenziato che la Risoluzione 194 non è mai stata citata in nessuna successiva trattativa vincolante tra le parti: non è citata nel trattato di pace tra Israele ed Egitto, non è citata nel trattato di pace tra Israele e la Giordania e non è nemmeno citata negli accordi di Oslo con l’OLP di Arafat. In tutti questi casi è sempre e solo citata la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza.

Entrando ancora più nel dettaglio del paragrafo 11 della risoluzione si possono evincere altre considerazioni fondamentali:

  1. Il paragrafo 11 inizia così “Dispone che i rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero essere autorizzati a farlo al più presto possibile[…]”. Qui ci sono già due elementi fondamentali per capire il contenuto del paragrafo sui profughi: il primo è il riferimento ai profughi che “vogliono vivere in pace”. Questo va letto in modo inequivocabile come riferito a persone che accettano l’esistenza di Israele (cosa che non era nell’intenzione degli arabi come si dimostrò in occasione della Conferenza di Losanna del 1949 quando si rifiutarono di entrare nella stessa stanza delle delegazione israeliana e che inevitabilmente fallì per il comportamento arabo). Secondo: l’espressione utilizzata: “dovrebbero essere autorizzati a farlo”. L’utilizzo del condizionale indica chiaramente che l’Assemblea Generale non ha l’autorità di imporre questa decisione (non è prevista dallo Statuto dell’ONU tra le competenza dell’Assemblea Generale) ma può semplicemente “suggerire” questo tipo di soluzione. L’AG non ha il potere di “creare” dei diritti di nessun tipo neanche quelli di “ritorno”. Tanto è vero che il termine “diritto” non è presente nella risoluzione.
  2. Il paragrafo poi si chiude così: “dovrebbe essere versato un indennizzoper le proprietà di coloro che scelgono di non tornare o per la perdita o il danno alla proprietà che, secondo i principi del diritto internazionale o del patrimonio netto, dovrebbe essere effettuata dai governi o dalle autorità responsabili”. Anche qui l’utilizzo del condizionale denota che questa proposta è una semplice indicazione non certo un diritto che l’AG non ha il potere di imporre. Interessante anche l’utilizzo dell’espressione “dovrebbe essere effettuata dai governi o dalle autorità responsabili”. Indica chiaramente i governi al plurale, quindi non è certo riferito a Israele ma a vari governi e autorità responsabili, forse sono gli Stati arabi, causa della guerra e dei profughi? O i governi degli Stati dell’ONU attraverso gli aiuti? Dalla lettura dei verbali si propende per la seconda ipotesi.
  3. Da una lettura attenta del paragrafo 11 della Risoluzione 194, infine, emerge che i “palestinesi” non sono mai menzionati. Ma si parla in termini generali di “rifugiati” che quindi sono arabi ed ebrei. Così come si evince anche dalle Risoluzioni 212 e 302 che parlano di rifugiati dalla Palestina e non di “rifugiati palestinesi”.

Dalla lettura del paragrafo 11 di capisce chiaramente che la Risoluzione 194 non ha il potere di revocare la sovranità legittima di Israele come vogliono far credere, oggi, gli arabi e imporre soluzioni illegali e arbitrarie.

La Risoluzione 194 passò con 35 voti a favore contro 15 voti contrari e 8 astensioni. Tutti i paesi arabi allora presenti all’ONU: Siria, Libano, Iraq, Egitto, Yemen e Arabia Saudita votarono contro la risoluzione così come tutti i paesi dell’Est capeggiati dall’Urss. La cosa curiosa è che sono gli stessi Stati (oltre a tutti gli altri paesi islamici che un po’ alla volta sono stati ammessi all’ONU) che nel corso dei decenni successivi hanno portato avanti le fantomatiche istanze sul “diritto al ritorno” non esistenti nella risoluzione da loro stessi ricusata.

Il vero artefice di questa risoluzione fu il “mediatore” nominato dall’ONU: il conte svedese Folke Bernadotte (che non ne vide l’approvazione in quanto fu assassinato qualche settimana prima da militanti ebrei del gruppo Lehi a Gerusalemme). L’opera svolta da Bernadotte fu tutt’altro che di mediazione avendo accolto tutte le richieste arabe e nessuna di quelle proposte da Israele: tanto che si spinse a chiedere a Israele DI rinunciare, tra le altre cose, a tutto il Negev come precondizione per avere in cambio delle fumose promesse di pace. Fu lui che coniò il termine “diritto al ritorno dei profughi” pur non esistendone le basi legali, soprattutto nel caso di uno Stato aggredito e vittorioso che dovrebbe farsi carico dei profughi causati da altri.

Su questa frase di Bernadotte si è costruito tutto il mito del “diritto al ritorno”.

In tutti i casi mondiali i rifugiati sono considerati solo le persone che hanno effettivamente abbandonato le loro case e che nel tempo sono stati assorbiti dagli Stati che li hanno accolti. Il caso dei “profughi palestinesi” segue dei principi del tutto diversi e che esulano dal diritto internazionale: sono considerati profughi anche i discendenti, le persone adottate o quelle che contraggono matrimonio con i profughi stessi. In questo modo lo status di profugo diventa ereditario, trasmissibile e acquisibile.

Questa “anomalia” ha fatto sì che i profughi nel corso dei decenni anziché diminuire dai 700.000 circa iniziali sono arrivati, oggi, ad oltre 5.200.000. L’unico scopo di questa distorsione ha il preciso obiettivo di cancellare l’identità di Israele una volta che ai “profughi” sia concesso di entrare nello Stato ebraico.

L’ Informale, 6 giugno 2020

Sono felice e onorato

Autore: Bernard Henri Levy, 25 aprile 2019

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Sono felice e onorato di celebrare con i miei amici romani, tre quarti di secolo dopo, la ricorrenza del 25 aprile 1945, il giorno che vide la liberazione completa dell’Italia dal giogo e dal fango del fascismo. Ne sono felice, anzitutto, perché sono ebreo. È così tenace la leggenda dell’ebreo disarmato, sottomesso, vittima sacrificale che va alla morte come un montone al macello. Sono felice anche del fatto che mi si dia l’occasione di smentire ancora una volta questa brutta leggenda che ha fatto molto male agli ebrei in Europa.

La sollevazione del campo di Sobibor, l’insurrezione del ghetto di Varsavia. I franchi tiratori e i partigiani, gli immigrati che parteciparono alla Liberazione della Francia. E qui in Italia i combattenti della Brigata Ebraica: ragazzi arrivati dai territori che all’ epoca ancora si chiamavano Palestina, equipaggiati e armati dai britannici per offrire il loro sangue, per schierare la bandiera con la stella di David accanto a quella parte di Italia che non aveva mai smesso di vedere l’assurda bestialità del fascismo al di là delle parate e dei rulli di tamburo.

Onore a quei coraggiosi, un ringraziamento al loro eroismo e alla loro dedizione. La luce che guidava quella Brigata Ebraica era la necessità di dimostrare ai criminali che gli agnelli avevano smesso di essere massacrati, che gli ebrei non sarebbero più diventati cenere nei campi, che per loro era tempo di stare spalla a spalla con i loro fratelli cristiani. Che la libertà prevale sull’ inferno.

Di questa storia sono felice anzitutto come figlio, perché tra le forze alleate che parteciparono, nel giugno 1944, alla Liberazione dell’Italia, c’era un francese che si chiamava André Lévy. Ne parlo raramente: aveva combattuto giovanissimo nelle brigate internazionali contro il fascismo in Spagna, poi si era arruolato nell’ Armata d’Africa e aveva partecipato a scontri in Tunisia e in Libia. C’era anche sotto le bombe della battaglia di Monte Cassino, alle porte di Roma, dopo esser passato dall’ Africa a Lampedusa e alla Sicilia. Prima di venire qui oggi ho ripensato a quell’ uomo, sempre pronto a sfidare il fuoco per andare dall’ altra parte delle linee nemiche a cercare i compagni feriti. Capace, poco più che bambino, di attraversare i monti Aurunci, ritenuti impraticabili, dietro i muli carichi di artiglieria.

Tutti quei ragazzi permisero alle truppe polacche del Generale Anders di lanciare l’assalto finale e di battere la Wermacht in Italia. Oggi ho ripensato a loro mentre piantavano, sulla vetta del Monte Cassino e poi a Roma, la bandiera della libertà, quella della speranza e del sollievo. Non quella della vigliaccheria e della battaglia evitata, la bandiera del coraggio che ha pagato. La via di Roma era stata aperta, la città Eterna era stata liberata.

Sono felice di essere qui come amico di questa grande nazione, l’Italia, che, nel momento in cui il mio paese si era diviso sul destino di un capitano ebreo, fu capace di eleggere alla carica di sindaco della sua capitale un grande ebreo, Ernesto Nathan. Sappiamo tutti che un vento cattivo soffia sulla patria di Dante, del Bernini e di Primo Levi. Sappiamo che succede in tutta Europa, ma anche sulle rive del Tevere, dove si sono sempre fronteggiati la Fede e il Diritto, San Pietro e la Giustizia, l’aspirazione al cielo e lo scettro della legge, resiste una generazione dalla memoria corta che si vanta del fatto che i treni arrivino in orario, che si dice capace di resistere ai grandi cambiamenti e ai traumi dei traditori globalisti.

Questa mattina non posso non pensare anche a loro, come non posso non pensare a chi prova a minimizzare i crimini commessi dal fascismo in Italia. E non posso non inquietarmi, di fronte a migliaia di miserabili che fuggono la guerra e la carestia, di fronte alle imbarcazioni stracariche sempre vicine al naufragio, di fronte a chi – dopo essere sopravvissuto alla traversata – si vede rifiutare l’asilo da una coalizione di disgraziati in cui tutti i Paesi d’Europa hanno un posto. Non posso non inquietarmi per questi Cerberi dell’italianità, quasi altrettanto crudeli dei loro predecessori maniaci dell’olio di ricino.

Donne e uomini d’Italia, figli del 25 aprile 1945, non avete ereditato dai vostri gloriosi antenati un sentimento di umanità e di fratellanza? Nel momento in cui l’Europa, terra natale delle libertà e culla dei Diritti dell’uomo, viene criticata dai suoi stessi componenti, nel momento in cui i suoi valori vengono attaccati qui a Roma e ovunque in Europa, la memoria del 25 aprile e la commemorazione di oggi ritrovano il loro significato originario. Non si tratta solo di memoria.

Non ci basta celebrare gli antifascisti, gli uomini e le donne della Resistenza, i partigiani che si sacrificarono per la libertà dell’Italia – penso alle Fosse Ardeatine, a Sant’ Anna di Stazzema, a Marzabotto -, altre battaglie per la libertà sono di fronte a noi. Perché la nostra casa, l’Europa brucia. I fuochi dell’odio si stanno riaccendendo dappertutto, nuovi pastori soffiano di nuovo sulle braci della rabbia, del fanatismo e della xenofobia.

Tocca a noi fermare il fuoco. Tocca a noi opporre al fuoco la luce della vittoria europea del 1945; la luce dell’intelligenza vittoriosa della stupidità; il coraggio vittorioso sulla codardia, la libertà che trionfa sulla pulsione di morte. Per noi, in questo anniversario, dare gloria ai combattenti, ebrei e non ebrei, che hanno portato il grande popolo italiano fuori dalla sordida e bestiale trappola criminale nella quale era stata rinchiusa dal suo stesso desiderio di servitù non meno che dalla disgrazia delle armi e dalle astuzie del diavolo.

Viva la Repubblica, viva l’Italia, viva l’Europa.

Bernard Henri Levy

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Gian Micalessin, Quell’ arrogante francese che ci offende in diretta tv

Il Giornale, 29 luglio 2020

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Che il virus renda folli, come recita l’ultimo pamphlet del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, ce l’ha fatto ben capire il suo autore protagonista – lunedì sera – di un borioso testa a testa con Matteo Salvini nel corso del programma di Nicola Porro Quarta Repubblica su Rete4. Reduce da un viaggio in Libia dove è stato accolto al grido di «uccidi il cane ebreo» e salutato con festose raffiche di kalashnikov ad altezza d’uomo il filosofo ha preferito però concentrarsi su «xenofobia, nazionalismo e sovranismo» mettendo sotto accusa i «barbari» italiani colpevoli di darla caccia ai migranti «diventati i principali untori del coronavirus». Insomma per l’ex nouveau philosophe il principale problema non è il contenimento di un morbo responsabile della morte di 35mila nostri concittadini, mala protervia «sovranista» di chi vorrebbe bloccare i migranti infetti bollandoli come possibile causa di una seconda ondata di contagi. In preda a un delirio auto-referenziale il cui unico obiettivo sembrava la conquista delle fila anti-salviniane e la vendita di qualche copia in più Henri Lévy è arrivato a liquidare come «terribili ignobili e vergognose» le parole del sindaco di Lampedusa Totò Martello, già simbolo dell’accoglienza solidale e progressista. La colpa imperdonabile del povero Totò, trasformato in icona della peggior xenofobia, è quella di spiegare come i pescatori tunisini, oltre a traghettare migranti a pagamento, gettino le reti nelle acque territoriali di Lampedusa sottraendo pesci e proventi ai loro colleghi italiani. Una verità chiaramente illustrata nel reportage della brava Lodovica Bulian sottotitolato in francese per renderlo comprensibile anche all’ospite francese. Ma per l’indispettito Lévy quelle riprese non contano nulla. Anzi è «vergognoso mostrare immagini di questo genere come se rappresentassero l’opinione del popolo italiano». Insomma per il presunto campione del pensiero liberale d’oltralpe sarebbe meglio non far vedere – ovvero censurare – un servizio colpevole di «stigmatizzare e individuare come problema qualche barchetta che viene a pescare al largo delle coste italiane». Che quelle barchette abbiano scaricato un terzo dei 12mila migranti arrivati quest’anno – dopo i 600mila sbarcati dalla fine del 2013 – è fa va sans dire irrilevante. I veri problemi degli italiani li conosce un filosofo pronto a dipingere l’Italia come un Paese piegato da mafia e terrorismo e pronto a vendersi a Putin. Un Paese che – come ripete Lévy rivolgendosi a Salvini – «senza l’Europa sparirebbe dalla mappa dell’Europa e dell’economia». «Voce del sén fuggita» – verrebbe da dire visto che l’Italia durante il contagio ha subito il blocco delle forniture sanitarie e ha dovuto attendere cinque mesi per veder abbozzata la promessa, ancora virtuale, del Recovery Fund. Ma per sfortuna degli spettatori di Quarta Repubblica, abituati a dibattiti più pertinenti e informati, la performance del filosofo francese non si ferma là. La vera ciliegina arriva alla fine quando il «filosofo» spiega sotto gli sguardi sconcertati di Porro, che soltanto grazie ai migranti potremo trovare cure e vaccino contro il Covid 19. «Senza immigrazione maghrebina e africana non c’è ricerca e non si troverà mai un vaccino o una cura contro il Covid» ripete l’invasato Lévy citando l’infettivologo di Marsiglia Didier Raoult più famoso, in verità, per aver curato il Covid con la clorochina. «Quindi – conclude – se in Francia o in Italia si troverà un vaccino bisognerà dire grazie ai migranti». A quel punto Henry Lévy avrà anche conquistato qualche lettore anti-salviniano, ma Salvini, in compenso, ha moltiplicato i propri voti.

Gian Micalessin, 29 luglio 2020

 

 

 

Il mosaico dell’anima ebraica nello specchio del sionismo

Autore: Claudio Vercelli

Popolo del Libro, ma anche popolo della dispersione, gli ebrei, con il Novecento, sono tornati a essere anche una Nazione: il popolo israeliano. Nella visione sionista tale esito storico è la definitiva ricomposizione politica dei tasselli di un mosaico preesistente, quello diasporico, all’interno di una coerenza di significati che coincide con l’interezza della storia ebraica medesima. Lo Stato degli ebrei deve esistere poiché è l’intera parabola dell’esistenza e della sopravvivenza degli ebrei a testimoniare della sua inoppugnabile necessità. L’imperativo ebraico nei confronti dello spazio è peraltro diverso da quello cristiano e islamico. Se nel caso delle altre religioni monoteiste conta il processo diffusivo, l’espansione verso orizzonti potenzialmente senza confine, per l’ebraismo, invece, è fondamentale ritornare all’origine, ossia a un luogo, geografico e simbolico allo stesso tempo, dove possa celebrarsi la ricomposizione. Tutta la letteratura ebraica si connota quindi per la nostalgia di una perdita. La terra che non c’è più, ma che potrebbe tornare a esserci, è allora il prodotto di una «promessa», vigorosamente recuperata dal sionismo in un programma politico e poi tradotta in fatti concreti. Mai come in questo caso l’afflizione per un “qualcosa” di venuto a mancare ha saputo mantenere i tratti di una rivendicazione persistente, disegnando e rinnovando i confini di una identità che ha attraversato le epoche storiche.

Da ciò, come anche dal superamento della frammentazione attraverso la realizzazione di una reale comunità politica, è quindi derivato non solo lo Stato d’Israele, ma anche il conseguente rapporto con la Diaspora. Ed è allora importante capirsi sulle parole. Benché utilizzati come sinonimi, ossia immediati equivalenti, i concetti di «dispersione» (Tefuzot) e di «esilio» (Galut) contrassegnano invece esperienze tra di loro diverse. Nel primo caso ci si rifà a una somma di eventi la cui natura può essere anche volontaria. Si è cittadini di altri Paesi senza che a ciò sia legata una qualche menomazione o mancanza. Per similitudine, è da considerarsi diasporico l’insieme delle comunità esistenti a tutt’oggi al di fuori dello Stato d’Israele. La storia ebraica, infatti, conosce una linea di fenditura con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 dell’era volgare, per mano delle legioni romane, comandate da Tito, nella prima guerra giudaica. Il termine Galut, invece, incorpora la concezione di una nazione sradicata dalla sua terra d’origine e assoggettata alla volontà straniera. Come tale, oltre a circoscrivere un’epoca storica caratterizzata dalla dipendenza e dalla subalternità, identifica anche la natura idealizzata della coscienza di sé, basata sulla perdita dello Stato e, in immediata conseguenza, sugli sforzi per ricostruirlo. Dopo di che, nei fatti concreti, i processi che si accompagnano alla presenza ebraica nel mondo sono dovuti alla combinazione di una pluralità di fattori, che spesso si alimentano vicendevolmente.

Da una parte si pongono eventi catastrofici, legati alle disfatte militari, alla consunzione delle proprie istituzioni politiche, alle distruzioni e alle persecuzioni; dall’altro il flusso che si accompagna all’emigrazione verso nuovi territori, nel tentativo di migliorare le propria condizione socio-economica, esplorare il mondo, confrontarsi con situazioni inedite. una ribellione contro il destino L’esperienza sionista ha cercato di andare oltre questo stato di cose. Il ritorno a Sion, quindi, si pone, al medesimo tempo, in linea di continuità ma anche di discontinuità rispetto al passato ebraico. La continuità sta nel presupposto di tornare a una fondazione territoriale: già c’era nel lontano passato ed essa si riafferma, sul piano storico, nel momento della costruzione degli Stati nazionali negli spazi mediterranei e africani a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Lo Stato d’Israele ne costituisce il definitivo coronamento.

 La discontinuità sta nella costruzione e nella condivisione di un’idea di ebreo contrapposta alle immagini tradizionalmente radicate nella Diaspora. Per il sionismo, infatti, si tratta di dare corpo all’ebreo costruttore del suo stesso destino, senza il quale nessun percorso di concreta ricomposizione e nazionalizzazione del Popolo d’Israele risulta possibile. Un ebreo attivo, inserito nella vita attiva, fortemente partecipe dei processi politici, con un’identità molto marcata, e che come tale intende “uscire dal ghetto” una volta per sempre. Il rischio, infatti, era che i particolarismi che si erano affermati nelle comunità ebraiche nel mondo, avessero la meglio su un percorso che, nelle intenzioni, doveva invece portare alla riunificazione collettiva. Affermava ancora nel 1944 David Ben Gurion: «la nostra rivoluzione è rivolta non solo contro un sistema, ma contro il destino, il destino singolare di un popolo singolare». Si trattava ora di divenire un “popolo normale”, tale soprattutto perché dotato di una sua sovranità territoriale. Una Nazione tra le nazioni.

La costituzione dello Stato d’Israele, l’organizzazione politica collettiva che completa questo processo storico, ha quindi segnato in campo ebraico una cesura storica nella percezione di sé, contribuendo a rigenerare le coordinate dell’identità collettiva. Il sionismo ha assunto molti aspetti dalla tradizione ebraica, ma ne ha fatto anche una rilettura selettiva, orientata soprattutto ad accreditare la validità del suo progetto. Veniva infatti tralasciata, o comunque sottostimata se non rifiutata, la diaspora medievale, mentre l’autentica storia ebraica era fatta coincidere con l’epoca della sovranità statale, anteriore alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. L’esilio diventa quindi una sorta di epoca senza storia, sia per la mancanza di uno Stato ebraico indipendente, sia per la debolezza e la compiacenza che avrebbe connotato una parte del mondo ebraico rispetto ai padroni di turno. Ancora David Ben Gurion: «Galut significa dipendenza – materiale, politica, spirituale, culturale e intellettuale – perché siamo stranieri, una minoranza priva di patria, senza radici, staccata dalla terra, dal lavoro dei campi e dall’attività industriale. Il nostro compito è ora troncare questa dipendenza e diventare padroni del nostro destino».

Il modello israeliano diventa allora quello del kibbutz galuyyot, dell’amalgama tra comunità preesistenti. Sintesi delle medesime, in quanto ritorno alla casa primigenia, in Eretz Israel, ma anche loro superamento, in quanto la fondazione dello Stato d’Israele, Medinat Israel, risponderebbe alla necessità di “normalizzare” la condizione degli ebrei moderni, facendoli maggioranza all’interno di un territorio sul quale esercitare la piena giurisdizione e costruire una propria cittadinanza. diventare un popolo normale Se la dispersione, per il sionismo, è quindi il segno di una minorità, quella che deriva dall’avere perso il proprio ancoraggio territoriale, il diventare israeliani costituisce invece il suo superamento. A lungo, quindi, il rapporto tra Israele e Diaspora si è nutrito di una vivace ambivalenza. Il primo, in alcuni casi, ha mosso alla seconda l’accusa di anacronismo e di dipendenza. Il progetto israeliano, combattivo e determinato, supererebbe la mera logica della sopravvivenza, sostituendovi un nuovo orizzonte, fondato sull’attivismo della rivendicazione e la volontà di autoaffermazione. Non di meno, spesso a questo attivismo sionista, e poi israeliano, è stata contrapposta l’immagine di un ebreo diasporico rimasto fatalista e passivo, disposto a scendere a molti compromessi pur di garantirsi una sorta di quieto vivere. In realtà molte di queste raffigurazioni costituiscono dei cliché, per buona parte consumatisi ed esauritisi nel corso del tempo. Ma sono serviti a marcare i passaggi della costruzione di nuove identità, sia in Eretz Israel che nella stessa Diaspora. Ne è derivato che il pensare a se stessi in chiave esclusivista, credendo che l’una parte possa riassorbire per sempre l’altra, non solo è storicamente infondato, ma non ha nessun riscontro storico. Sia la condizione diasporica che l’idea ebraica di nazione hanno infatti costituito due paradigmi moderni ai quali anche altri movimenti e gruppi si sono ispirati nel Novecento. Il vero punto nodale è comunque dato dal riconoscersi come parte di una comunità che deve ricomporsi, ma non per questo unificarsi.

Di fatto la Diaspora ha significato circolazione: di persone, di idee, di esperienze. All’interno di questo campo di trasformazioni ha coltivato la memoria come principale tratto identitario; la coesione e la solidarietà interne al gruppo; la propensione a coltivare rapporti tra pari; la presenza preponderante in alcuni segmenti del mercato del lavoro; la specializzazione culturale all’interno della società ospite; il ricorso a una letteratura dell’esilio che alimenta i tratti identitari preesistenti e, in parte, li trasforma. Il sionismo è cresciuto non malgrado questi elementi, ma grazie a essi, costituendo il punto di confluenza tra le identità diasporiche e il loro incontro con la modernità. Per questo Israele e Diaspora si tengono insieme, per mano. Due corpi che si incontrano e si coniugano ogni giorno.

Claudio Vercelli, Il mosaico dell’anima ebraica nello specchio del sionismo  (Dal Bollettino della Comunità ebraica di Milano, settembre 2017)

Perché non vinceranno

Autore: Ugo Volli, 27 agosto 2017

Cari amici, adesso sta venendo di moda dire che l’Isis non è poi tanto forte e che non vincerà. L’avete letto su due articoli l’altro giorno su IC (1), io stesso martedì scorso ho pubblicato sulla mia pagina Facebook un intervento di Peppino Turani in questa direzione. Turani dice che sul piano militare l’Isis non vale niente, perché non ha aviazione, missili, marina; che gli attentati sono un’arma debole, sia perché non incide sui rapporti di forza, sia perché non ha base tecnologica.

Peccato però che questi attentati “deboli” colpiscano molto l’opinione pubblica, e continuano nonostante le ridicole pretese dell’Unione Europea (che con faccia tosta più unica che rara ha addirittura invitato Israele a imparare da lei le sue “buone pratiche” di “deradicalizzazione”, ma è stata presa a sberleffi: (2). Il problema ovviamente non è l’Isis, ma l’Islam. E anche qui si sostiene che le società musulmane sono un disastro, incapaci di vitalità economica, nonostante cent’anni di rendite petrolifere, senza industria, senza ricerca scientifica (che farebbe a pugni col Corano), senza quel minimo di infrastrutture civili (anch’esse anticoraniche) che sono necessarie allo stabilirsi di società ed economie moderne.

E’ vero: a più di cinquant’anni dalle ultime “liberazioni” dal colonialismo (Tunisia 1954, Algeria 1962, Libia 1951, Siria 1946, ecc.) nessuno di questi stati ha raggiunto un livello di vita accettabile e una capacità economica scientifica e tecnologica più che trascurabile.
Il caso degli stati del Golfo è diverso, per la pioggia d’oro ricevuta dal petrolio, per lo più sprecata; ma anche in Arabia, Kuwait, Iraq o Qatar non vi è società civile né economia che non dipenda dalle rendite petrolifere. E queste stanno perdendo importanza, perché la tecnologia occidentale ha imparato a usare gli idrocarburi da sabbie e scisti bituminosi, che sono molto più diffusi dei giacimenti petroliferi classici.
I soli paesi musulmani che hanno una economia e una tecnologia che appartiene al nostro tempo non sono arabi (Iran, Turchia, Pakistan).
Dell’Africa musulmana non val la pena di parlare. Anch’ essi non sono affatto messi bene, sul piano economico e soprattutto della vita civile e della convivenza internazionale, ma questo è un altro discorso.

Dunque è vero, le basi economiche, industriali, tecnologiche e anche militari (perché queste dipendono da quelle) per un dominio mondiale l’Islam proprio non le ha.
Se dovessi indicare un pericolo serio per l’Occidente da questo punto di vista, non avrei dubbio: la Cina può aspirare al dominio o almeno all’egemonia sul mondo, non l’Islam (e fra l’altro, per quelli che non ci badano, ha appena aperto una base militare a Gibuti (3) giacché col dirimpettaio Yemen in guerra civile controlla l’ingresso del Mar Rosso, da cui passa tutto il nostro petrolio e tantissime merci.

La distanza dalla Cina è 7.000 km in linea d’aria e circa il doppio con le effettive rotte marittime. L’Islam però ha due armi (e mezza, con quella del petrolio che si sta spuntando). La prima è la demografia, che è nettamente più alta non solo di quella europea (ben sotto la soglia della conservazione della popolazione (4). E lo sa benissimo: l’ha detto a suo tempo Arafat (e forse prima Ben Bella) e lo ha ripetuto Erdogan: il ventre delle donne è per loro un’arma (5). Ma anche questa differenza va appiattendosi: “Nel 2005-10, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite (2011) la fecondità era approdata a livelli relativamente moderati: limitandoci ai paesi più popolosi, il numero di figli per donna era sceso a 1,8 in Iran; 2,1 in Indonesia e Turchia; 2,4 in Bangladesh; 2,8 in Egitto; 3,6 in Pakistan. Un terzo, o la metà, dei livelli prevalenti prima degli anni ’80.” (6).

L’altra arma è la violenza indiscriminata interna ed esterna che caratterizza tutte le diverse forme dell’Islam da sempre, la loro religiosa dedizione a estendere la religione con le armi. Beninteso, non sto dicendo che ogni singolo musulmano è un combattente o un terrorista, le cose non stanno certo così. Ma se guardate dove c’è guerra in questi decenni, dalla Nigeria al Caucaso, dalla Bosnia allo Yemen, dall’Afghanistan a Israele, passando per la Siria e l’Iraq, l’Azerbaijan e il Sudan, ci sono sempre di mezzo i musulmani.
Se provate ad andare indietro con i secoli, vedrete che è sempre stato così. Non sarà sempre colpa loro, saranno stati anche aggrediti, però… Le due ragioni di possibile dominio islamico (demografia e bellicosità) sarebbero facili da limitare, in un mondo razionale: basterebbe tenere lontane le popolazioni che ne sono portatrici, stabilire una distanza di sicurezza.
Israele non può, perché ce l’ha in casa e così probabilmente anche la Russia, certi paesi africani, l’India – che dovranno comunque difendersi con le armi. L’Europa (a parte i Balcani) ha avuto la fortuna geografica di essere separata dall’Islam da mare e il merito storico di essersi liberata dai ripetuti tentativi di conquista, fra la battaglia di Poitiers, la Reconquista spagnola, Lepanto e i due assedi di Vienna.
Negli ultimi due o trecento anni, Francia e Gran Bretagna hanno avuto la cattiva idea di stabilire terre coloniali in tutto o in parte islamiche (il Magreb e la Siria da un lato, l’India, l’Egitto, l’Iraq dall’altro).

Quasi per contrappasso, finito il dominio coloniale, si sono presi come cittadini dei gruppi di ex colonizzati. Non a caso sono fra le nazioni più bersagliate dal terrorismo islamico, che – badate bene, e pensateci quando dovrete giudicare sullo ius soli – per oltre il 70% è perpetrato da gente che viene dai paesi islamici, ma cui è stata concessa la cittadinanza, come mostra questo rapporto, tanto più interessante quanto ideologicamente favorevole all’immigrazione: (7).  L’Italia, che aveva provato a imitarli, per fortuna ci è riuscita poco tardi e male e non si era imbarcata nessuna popolazione ex colonizzata.

Dunque l’Europa aveva il modo di essere più o meno esente dalle minacce musulmane e in effetti lo è stata a lungo. A parte gli attentati importati in Francia dall’Algeria, fino a pochi anni fa la voce “terrorismo islamico” poteva riguardare Israele o la Russia, l’India o i Balcani, noi non c’entravamo. Poi però sono venuti gli imbecilli di buona volontà. Da vent’anni circa si è proclamata una politica europea dell’”accoglienza” (8) che progressivamente ha introdotto il discorso dell’”asilo” sotto quello della “migrazione legale”. Con le “primavere arabe” dal 2011 non solo si è cercato di mettere al potere gli islamisti della Fratellanza Musulmana, ma anche di creare un flusso di immigrazione capace di colmare il “buco demografico”, o magari quello elettorale della sinistra.

Prima, per commuovere la popolazione, si è parlato di “profughi di guerra”, poi, di fronte all’evidenza che la guerra non c’entrava molto con l’immigrazione islamica, si è iniziato a spiegare che immigranti economici e rifugiati sono la stessa cosa. Ma non c’è nessun “destino” che impone ai musulmani di scaricare il loro eccesso di popolazione in Europa, come si è dimostrato con il drastico ridimensionamento degli arrivi avvenuto appena ci si è decisi a chiedere gentilmente alle Ong di rispettare la legge.
C’è stato, c’è ancora un calcolo politico suicida. L’Islam potrebbe farci poco male se non lo importassimo in Europa. Ogni attentato che avviene in Europa è responsabilità politica dei politici, dei capi religiosi, dei giornalisti, degli intellettuali che hanno protetto l’invasione.

Qui però, vorrei fare un’ultima considerazione. In effetti gli islamisti sono meno pericolosi di quel che sembra. Perché sono sciocchi e arroganti. Invece di attendere di avere una minoranza abbastanza consistente per prendere il potere, grazie alle politiche immigrazioniste della sinistra europea, fanno prevalere l’odio, il loro antico istinto culturale per la strage e la distruzione dei nemici. E quindi non si accontentano di costruire roccaforti, di organizzare l’invasione, di farsi alimentare dall’economia dei loro nemici, com’è tradizione di tutti gli eserciti invasori (e anche di molti animali che vivono della carne delle loro vittime). No, fanno degli attentati completamente inutili e insensati sul piano militare, che hanno il solo senso di galvanizzare le loro file.
È una scelta insensata, perché ogni attentato produce una certa presa di coscienza da parte dell’elettorato, rompe l’incanto della propaganda buonista, insomma pone il presupposto per il rovesciamento delle politiche autodistruttive e suicide dell’”accoglienza”. E’ difficile rimettere insieme un vaso rotto, sarà difficile annullare i danni dell’invasione, nessun governo tedesco potrà per esempio far ritornare a casa tutto il milione di clandestini che la Merkel ha fatto entrare nel 2015.

Ma quelle politiche di “accoglienza” indiscriminata già non appaiono più legittime agli elettori, i candidati anche di sinistra devono promettere quantomeno limiti all’invasione per poter cercare di vincere. Tutto grazie alla sete di sangue degli islamisti. Che non solo non sono capaci di sviluppare le loro terre e di gestirle in maniera civile, ma con attentati come quello di Barcellona mostrano chiaramente qual è il contributo che intendono dare all’Europa, qual è la “civiltà” che intendono imporre. Perché, come dice un vecchio proverbio, il diavolo farà anche bene le pentole, ma non è capace di fabbricare i coperchi.

(1)

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=67394

(2)

http://www.jpost.com/Opinion/Editors-Notes-Europes-moral-compass-503353

(3)

http://edition.cnn.com/2017/07/12/asia/china-djibouti-military-base/index.html

(4)

http://www.pewresearch.org/fact-tank/2017/04/06/why-muslims-are-the-worlds-fastest-growing-religious-group/

(5)

(http://www.ilfoglio.it/cultura/2017/03/18/news/lislam-con-erdogan-lancia-la-sfida-demografica-alleuropa-delle-culle-vuote-125930/

(6)

http://www.greenreport.it/news/comunicazione/nel-2030-leuropa-davvero-islamica-ci-dice-demografia/

(7)

http://www.ispionline.it/it/Ebook/Rapporto_RADICALIZZAZIONE_JIHADISMO_ITALIANO/Jihadista_ITA_WEB.pdf.

(8)

https://ec.europa.eu/home-affairs/sites/homeaffairs/files/e-library/docs/timeline_en/timeline_en.pdf

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Ugo Volli, 27 agosto 2017

 

Terrore a Sderot

Terrore a Sderot
Autore: Deborah Fait, 27 agosto 2019 (da: Informazione Corretta)

 Terrore a Sderot. Nonostante i bombardamenti sopportati per anni, la vita continua in Israele, sempre, anche nelle zone più colpite dal terrorismo, si va avanti meglio che si può spesso anche in allegria. L’anima di Israele non si lascia abbattere e ieri sera nella città più colpita di Israele si è tenuto un concerto, come ogni anno, un festival di fine estate. Le persone hanno bisogno di distrarsi dai bombardamenti di missili, dalle corse nei bunker, dalla paura e non esiste niente di meglio della musica per rasserenare gli animi e dare un po’ di pace. Purtroppo l’uomo nero, l’orco, in questo caso Hamas, sempre in agguato, ha approfittato del festival per cercare la strage. Hanno sparato tre missili dritti sul concerto dove 4000 persone con tantissimi bambini cantavano e si divertivano. Fortunatamente due dei missili sono stati intercettati dall’Iron Dome, il terzo è finito in campo aperto. Scrive mio figlio Aaron Fait, microbiologo che insegna e fa ricerca alla Ben Gurion University, sul suo profilo Facebook: “I brividi… Sderot il festival di fine estate sotto i missili di Hamas. I bunker si riempiono… i cancelli si aprono, il terrore dei bambini israeliani mentre corrono al riparo tra le urla “mani sulla testa, aprite i cancelli!” Intanto altri 10milioni di dollari sono entrati nelle casse di Hamas tramite Israele con il benestare del governo israeliano.

Una situazione paradossale, insostenibile.” In quei momenti di terrore, tra le urla e i pianti disperati dei bambini, solo la grande razionalità e sangue freddo degli israeliani, la preparazione dell’esercito e della polizia che, appena sentite le sirene, hanno aperto immediatamente, nel giro di secondi, tutti i cancelli, hanno evitato il peggio cioè il pericolo che decine di persone, nella fuga, fossero calpestate a morte, soprattutto i più piccoli e gli anziani. I missili che stavano precipitando sulle teste di migliaia di israeliani sono stati intercettati e abbiamo visto le esplosioni, erano proprio là, sopra il parco del festival, sul pubblico. Viene il panico solo a guardare il video. Alcune mamme si sono gettate a terra sopra i loro figli per coprirli con il proprio corpo, un uomo sulla sedia a rotelle che impediva a quelli dietro di lui di correre è stato aiutato, non travolto. Il sindaco ha dato l’ordine immediato di aprire tutti i centri di aiuto psicologico. Un’organizzazione perfetta ha supportato i presenti. Adele Raemer, un’attivista che ha postato il video su facebook ha scritto: ” La vita al confine con Gaza, cose che la gente non sa ma dovrebbe sapere” https://unitedwithisrael.org/hamas-rocket-fire-thousands-have-15-seconds-to-reach-safety-at-packed-concert/?utm_source=MadMimi&utm_medium=email&utm_content=IDF+Captures+Terrorists+Who+Killed+Teen+with+Bomb%
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Quello che io provo è una rabbia immensa contro i maledetti terroristi, portatori di morte, orchi che nessuno condanna mai in occidente. Immagino come avrebbero festeggiato se la strage fosse avvenuta, si sarebbero ubriacati di sangue, si sarebbero riempiti di dolci e avrebbero sventolato le bandiere con la svastica come hanno fatto dopo l’assassinio della povera Rina, uccisa a 17 anni mentre nuotava con la famiglia nella sorgente a Dolev. Nessun media italiano ha dato notizia dei missili sul concerto, è stato detto in modo impersonale che Hamas aveva sparato tre ordigni subito intercettati, non una parola sul luogo dove erano diretti e sul massacro evitato grazie all’Iron Dome. Hamas viene ricoperto di soldi, arrivano dal Qatar, a 10 milioni di dollari al colpo e Israele li lascia passare. Un motivo ci sarà ma io non lo capisco, giuro, non capisco perché Israele permette che vengano foraggiati dei terroristi che torturano e ammazzano israeliani da anni. Questo è un periodo di transizione e fra poche settimane andremo a votare. Se non dovesse vincere Netanyahu saremmo in grandi ambasce, Ganz è completamente digiuno di politica nel senso che non capisce niente, c’è il pericolo che nel suo partito entrino alcuni deputati arabi, tra cui Ayman Odeh, della sinistra estrema, Hadash, che chiederebbe immediatamente la cancellazione della legge sullo Stato ebraico, di cambiare l’inno nazionale e magari anche la bandiera che gli danno tanto fastidio. Se vincerà Netanyahu avremmo la speranza di un’azione chirurgica contro Hamas e tutti i terroristi compresi Hezbollah che, l’altro giorno, si è visto restituire elegantemente i droni pieni di esplosivo che aveva lanciato contro Israele. Con un’azione fantastica e difficilissima oltre che rischiosa, l’IDF ha invertito la rotta dei droni uno dei quali ha distrutto completamente l’edificio della TV del Partito di Dio lasciandoli con tanto di naso. E’ arrivata l’ora di far vivere gli israeliani del sud in modo sereno, è arrivata l’ora di distruggere Hamas e i suoi seguaci. Basta missili, basta campi incendiati, basta paura e lacrime dei bambini israeliani. E’ ora di finirla e di presentare un bel conto a Gaza e a Ramallah per la loro vigliaccheria, per la loro violenza, per la loro ricerca incessante di dare e ricevere la morte. Intanto a Dolev dove è stata ammazzata Rina sorgerà un villaggio di 300 case a suo nome e io spero che i responsabili vengano espulsi insieme alle loro famiglie. Presentare il conto significa che devono pagare per la loro barbarie. A Sderot e in tutto il sud colpito da Hamas vivono dei veri eroi che sanno vincere la paura, che non se ne vanno, sono a casa loro e nessuno riuscirà a farli scappare. Anzi la zona continua a popolarsi, continuano a costruire case e a fondare kibbuzim. Credono davvero gli arabi palestinesi di poterci intimorire al punto di scappare, credono davvero che un popolo che ha passato per due millenni tragedie e genocidi si lascerebbe cacciare da casa sua? Illusi! Il popolo di Israele ha una corazza che si chiama coraggio, amore per la propria terra e voglia di vivere. E’ invincibile per questi motivi.

Deborah Fait

Ignoranza e disinformazione

Autore: Deborah Fait, 30 marzo 2019

Ha fatto molto scalpore sul web un tweet di Nadia Toffa, conduttrice de le Jene, che ha scritto: “Capisco profondamente il dolore per l’Olocausto ma la storia dice che i palestinesi erano lì da tempo. Che il Signore porti pace tra questi popoli. Preghiamo per la pace”. A questa invocazione così ecumenica e paradisiaca che neanche un Papa avrebbe potuto dirla meglio, ha risposto con una bellissima lettera cui non servirebbe aggiungere nemmeno una parola, Gheulla Canarutto Nemni https://gheulacanaruttonemni.com/2019/03/27/lettera-aperta-nadia-toffa-e-al-suo-professore-di-storia/

A me però prudono le mani quando leggo cose che sanno di melassa, così piene di falso amore e pietà pelosa. Non posso farci niente, è come se vedessi colare una specie di miele velenoso. A questo punto mi si alza il pelo come ai gatti quando qualcosa li infastidisce. Innanzitutto inviterei Nadia Toffa a non parlare di cose che non conosce, le chiederei cosa sa della Shoah e cosa capisce del dolore che ha provocato. Le chiederei se ha mai parlato con un sopravvissuto o se ha letto dei libri storici che ne parlino, se si è documentata, insomma. Poi le direi che non si permetta di esprimersi in modo così superficiale e sdolcinato della più grande tragedia che ha colpito l’umanità e, soprattutto, vorrei sapere cosa c’entra la Shoah con i palestinesi. Quale è il nesso che è entrato nella sua testa? Sei milioni di anime non devono essere disturbate da questo tipo falso e mellifluo di finta solidarietà e il loro ricordo non deve essere nemmeno avvicinato al pensiero di un popolo di terroristi e all’invocazione di una pace che, a causa loro, non avremo mai. Giù le mani dalla Shoah, Nadia Toffa!

E veniamo ai palestinesi! In questo pezzo di terra c’è stato di tutto, di qua sono passati tantissimi popoli, vi sono state un numero enorme di invasioni, è esistito il Regno di Israele per 1000 anni ma non è mai esistito uno stato palestinese. Prima delle dodici tribù di Israele qui esistevano le città stato dei cananei, estinti da millenni. Poi abbiamo avuto il Regno di Israele, poi il Regno di Israele e di Giuda. Da qui gli ebrei non se ne sono mai andati, hanno subito le invasioni, le hanno combattute ma qui sono rimasti. Sono passati di qua, cercando di annientare gli ebrei, i macedoni, i seleucidi, i babilonesi, i mamelucchi, i persiani, i bizantini, i kurdi, persino i mongoli. Poi ecco i romani, gli imperatori Tito e Adriano hanno fatto terra bruciata, hanno distrutto Gerusalemme, hanno tentato di disperdere i giudei, li hanno portati schiavi a Roma ma non sono riusciti a piegarli e a farli scomparire. Gli ebrei sono sopravvissuti nei secoli alle invasioni e, nonostante la diaspora, qui sono rimasti, appiccicati a questa Terra di Israele. Infine, in epoca moderna, sono arrivati gli ottomani e poi gli inglesi ma in tutto questo bailamme di popoli e situazioni non è mai esistito un stato palestinese né un’enclave palestinese. Mai nella storia. Purtroppo, non avendo una storia da raccontare se la inventano, la fantasia non gli manca. Saeb Erekat, il negoziatore dell’ANP, va dicendo in giro che i palestinesi discendono dai cananei, a volte anche dai filistei, altre dai gebusei, a scelta insomma, dipende da come si alza alla mattina (purtroppo queste folli teorie sono scritte sui libri di testo palestinesi e fanno il lavaggio del cervello ai giovani, imbottendoli di odio). Negano tutta la storia ebraica e se ne inventano una araba risalente a migliaia di anni fa. Compreso un Gesù palestinese che sicuramente ha predicato l’islam prima che fosse inventato e un Mosè miracolosamente musulmano un paio di millenni prima che nascesse Maometto. I palestinesi sono arabi per lo più provenienti dall’Egitto, dallo Yemen, dall’Arabia Saudita e soprattutto dalla Siria. Altro che cananei, altro che filistei che tra l’altro erano un popolo europeo, altro che “i palestinesi erano lì da tempo”. Scienziati e studiosi dell’islam, tra cui è bene ricordare il professor Rafi Israeli, esperto di Medio Oriente, autore di oltre 20 libri su arabi e islam, dicono chiaramente che il legame con i cananei è assurdo. ” “Gli arabi che sono arrivati in questo Paese hanno le loro origini nella Penisola arabica. Anche i loro cognomi arabi offrono chiari indizi che sono immigrati .

A Umm al-Fahm ci sono quattro grandi clan di origini egiziane. Nella Città Vecchia di Gerusalemme si trova il quartiere marocchino, dove abitavano i musulmani che provenivano dal Nord Africa e dal Maghreb, che poi si sono stabiliti nella Terra di Israele. Inoltre, l’Impero ottomano aveva trasferito popolazioni da un luogo all’altro al fine di controllare quelle zone. Ne sono un esempio i circassi, musulmani provenienti dal Caucaso, che sono stati portati qui e che da allora qui vivono. I palestinesi non hanno assolutamente alcuna radice qui e lo sanno molto bene, è per questo che cercano di inventarsi delle origini.” Persino nel Corano, dove peraltro non è mai nominata Gerusalemme, si legge che Allah ha dato la terra al popolo ebraico. (prof Nissim Dana). All’epoca Maometto non ne aveva bisogno perché tra sgozzamenti e razzie voleva convertire gli ebrei all’islam. Capito Nadia Toffa? Quindi, prima di pregare un non ben definito Signore per la pace tra questi popoli, ne impari la storia e l’attualità. I palestinesi su cui invoca la pace ecco cosa sono riusciti a fare in un solo anno, senza un motivo, solo per l’odio che li rode dentro: 1233 missili lanciati da Gaza, 1963 incendi appiccati in Israele, 8648 acri di terra israeliana bruciata, 94 dispositivi esplosivi lanciati in Israele. Impari la storia, quella vera, non quella scritta dalla propaganda araba e dalla sinistra italiana e, dopo averla imparata, taccia comunque.

Deborah Fait

Il Consiglio Mondiale delle Chiese contro Israele

Autore: Daniele Scalise, 23 febbraio 2019

 Esiste ed è attiva una potente, folta e ricca organizzazione cristiana che da almeno 17 anni combatte Israele. Stiamo parlando del Consiglio Mondiale delle Chiese che infiltra nello Stato Ebraico i propri ‘osservatori’, spesso sotto mentite spoglie di innocenti turisti e che tornano a casa per organizzare gruppi di pressione, tavole, seminari, congressi, riunioni corroborati da grafici con la Stella di David che sanguina su bambini palestinesi. Tutto ciò pare essere in angosciante armonia con l’odio antico che i cristiani hanno coltivato inesausti per secoli. Si tratta dello storico antisemitismo nato e fiorito dall’antigiudaismo e che da qualche decennio ha assunto le forme dell’antisionismo che da più di tre lustri ha ricevuto l’esplicita benedizione dei maggiori rappresentanti del clero cristiano. Poco sapevo di questo Consiglio Mondiale delle Chiese (CMC) e la mia curiosità si è accesa quando qualche settimana fa ho letto sulla stampa israeliana alcuni articoli che si riferivano alle iniziative di questi uomini di buona volontà, paladini di una fede che si nutre degli stereotipi più vieti e ripugnanti. Esercizio facile visto il patrimonio a cui posso attingere. Non contento delle notizie recuperate in rete, ho provato a contattare alcuni dei rappresentanti del CMC ricevendo risposte evasive, rimandi al loro sito, dichiarazioni di amorosa ed appunto ‘ecumenica’ fraternità. Nato settant’anni fa, il CMC non ha fatto che crescere e diffondersi. Nel 2017 i finanziamenti erano arrivati a circa 22 milioni e mezzo di euro grazie ai contribuiti di organizzazioni norvegesi, finlandesi, tedesche, inglesi, olandesi, dell’Unicef e di uno stuolo di chiese cristiane. A far parte della congrega troviamo, tra le altre, la Chiesa Assira dell’Est, le Chiese ortodosse orientali, gli anglicani, i luterani, i metodisti e alcune Chiese protestati evangeliche come i battisti e i pentecostali. A esserne rimasta fuori, almeno ufficialmente, è la Chiesa cattolica che non ha aderito al panel ma che invia propri osservatori alle riunioni del CMC. 

Una furba – e al mio palato stomachevole – soluzione diplomatica che non ha impedito a papa Francesco, in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario del Consiglio Mondiale delle Chiese, di salire su un aereo per Ginevra dove è stato accolto dal segretario generale del CMC Okav Fykse Tveit e spendere parole sagge sulla necessità di “ravvivare la memoria per non smarrirla”. Memoria che in effetti ha più che bisogno di essere ravvivata. E insieme ad esse anche la consapevolezza di come si comporta questa organizzazione che nel 2002 ha dato vita al Programma di Accompagnamento in Palestina e in Israele, PAPI, acronimo che solo in italiano suona sinistramente beffardo. In pratica ecco quel che succede: dandosi il turno, una trentina di ‘accompagnatori ecumenici’ si piazzano in Israele per un periodo di tre mesi “offrendo una presenza protettiva e testimoniando le loro battaglie e le loro speranze quotidiane (dei palestinesi, s’intende, n.d.r.)”. Fino ad oggi si calcola che quasi duemila ‘accompagnatori ecumenici’ hanno adempiuto al proprio compito, tornando a casa in veste di infiammati testimoni di ciò che chiamano “la vita sotto occupazione”. Se ne vanno per chiese, parrocchie, congregazioni e banchetti affermando – come confessa Itani Rasalanavho, partecipante al programma – che ciò che succede in Israele e nei Territori “non ha nulla a che fare con la religione ma con il conflitto politico. Ed la responsabilità principale è dei sionisti. E’ l’ideologia sionista a cercare di cacciare ogni palestinese da questa terra per creare uno Stato Ebraico”. Non basta. Yosef Dahler, coordinatore del centro gerosolimitano che ospita i volontari, vuole ricordare a tutti che Gesù Cristo comanda di amare i propri nemici che sono i terroristi stupratori protetti e pagati dall’Autorità Palestinese e da Hamas né gli assatanati Hezbollah che, sotto il naso della forza di pace (anche italiana), scavano tunnel per penetrare in territorio israeliano, Dice l’amorevole Dahler. “Naturalmente guardiamo agli israeliani come nostri nemici e sappiamo che il nostro nemico pecca contro Dio e contro l’umanità. E questo è il nostro modo di dimostrare amore, perché se ami qualcuno vuoi liberarlo dal peccato ed è così che l’amore si connette con la resistenza”. Ragionamento contorto ma con una sua angosciante coerenza che rimanda ai battesimi forzati che la Chiesa cattolica riteneva leciti perché salvavano anime che altrimenti si sarebbero perse in eterno. Il buon Dahler dice che quando loro parlano di resistenza non pensano al terrorismo, non sia mai detto. Loro si accontentano di promuovere e incoraggiare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni noto come BDS. Le malefatte di questi signori sono tali da meritare un libro. Teniamoli d’occhio. 

Daniele Scalise

 

 

I fiori di Israele

Autore: Fiamma Nirenstein, 25 febbraio 2019

Ieri ho fatto una passeggiata nell’Emek haEla, una valle vicina a Gerusalemme dove fioriscono a mazzi su una piccola altura i Turmus, fiori azzurri con striature bianche. Poi, abbiamo proceduto verso altri prati e montagnole al sud, a vedere i papaveri. Per chi volesse imparare cos’è il sionismo, non c’è la scuola migliore: giovani e ragazze atletici e vecchi col bastone, donne di ogni età in blue jeans e bambini a frotte, tutti vanno apposta nell’Emek e al Sud a vedere la fioritura. E’ la nostra fioritura, sono i nostri fiori, quelli della Terra da noi irrorata, seminata, pettinata, nutrita… Eretz Israel: non importa nulla se questa massa è di destra o di sinistra. Questi passi estatici fra i fiori che naturalmente è vietato cogliere, senza scendere dal sentiero, li fa insieme tanta gente, a migliaia, con poche parole e tanti ricordi di quando il popolo ebraico era buttato come polvere nella diaspora. E adesso, ha i suoi fiori e il suo razzo che sta correndo verso la luna.

Fiamma Nirenstein

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Emek haEla