Sono felice e onorato

Autore: Bernard Henri Levy, 25 aprile 2019

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Sono felice e onorato di celebrare con i miei amici romani, tre quarti di secolo dopo, la ricorrenza del 25 aprile 1945, il giorno che vide la liberazione completa dell’Italia dal giogo e dal fango del fascismo. Ne sono felice, anzitutto, perché sono ebreo. È così tenace la leggenda dell’ebreo disarmato, sottomesso, vittima sacrificale che va alla morte come un montone al macello. Sono felice anche del fatto che mi si dia l’occasione di smentire ancora una volta questa brutta leggenda che ha fatto molto male agli ebrei in Europa.

La sollevazione del campo di Sobibor, l’insurrezione del ghetto di Varsavia. I franchi tiratori e i partigiani, gli immigrati che parteciparono alla Liberazione della Francia. E qui in Italia i combattenti della Brigata Ebraica: ragazzi arrivati dai territori che all’ epoca ancora si chiamavano Palestina, equipaggiati e armati dai britannici per offrire il loro sangue, per schierare la bandiera con la stella di David accanto a quella parte di Italia che non aveva mai smesso di vedere l’assurda bestialità del fascismo al di là delle parate e dei rulli di tamburo.

Onore a quei coraggiosi, un ringraziamento al loro eroismo e alla loro dedizione. La luce che guidava quella Brigata Ebraica era la necessità di dimostrare ai criminali che gli agnelli avevano smesso di essere massacrati, che gli ebrei non sarebbero più diventati cenere nei campi, che per loro era tempo di stare spalla a spalla con i loro fratelli cristiani. Che la libertà prevale sull’ inferno.

Di questa storia sono felice anzitutto come figlio, perché tra le forze alleate che parteciparono, nel giugno 1944, alla Liberazione dell’Italia, c’era un francese che si chiamava André Lévy. Ne parlo raramente: aveva combattuto giovanissimo nelle brigate internazionali contro il fascismo in Spagna, poi si era arruolato nell’ Armata d’Africa e aveva partecipato a scontri in Tunisia e in Libia. C’era anche sotto le bombe della battaglia di Monte Cassino, alle porte di Roma, dopo esser passato dall’ Africa a Lampedusa e alla Sicilia. Prima di venire qui oggi ho ripensato a quell’ uomo, sempre pronto a sfidare il fuoco per andare dall’ altra parte delle linee nemiche a cercare i compagni feriti. Capace, poco più che bambino, di attraversare i monti Aurunci, ritenuti impraticabili, dietro i muli carichi di artiglieria.

Tutti quei ragazzi permisero alle truppe polacche del Generale Anders di lanciare l’assalto finale e di battere la Wermacht in Italia. Oggi ho ripensato a loro mentre piantavano, sulla vetta del Monte Cassino e poi a Roma, la bandiera della libertà, quella della speranza e del sollievo. Non quella della vigliaccheria e della battaglia evitata, la bandiera del coraggio che ha pagato. La via di Roma era stata aperta, la città Eterna era stata liberata.

Sono felice di essere qui come amico di questa grande nazione, l’Italia, che, nel momento in cui il mio paese si era diviso sul destino di un capitano ebreo, fu capace di eleggere alla carica di sindaco della sua capitale un grande ebreo, Ernesto Nathan. Sappiamo tutti che un vento cattivo soffia sulla patria di Dante, del Bernini e di Primo Levi. Sappiamo che succede in tutta Europa, ma anche sulle rive del Tevere, dove si sono sempre fronteggiati la Fede e il Diritto, San Pietro e la Giustizia, l’aspirazione al cielo e lo scettro della legge, resiste una generazione dalla memoria corta che si vanta del fatto che i treni arrivino in orario, che si dice capace di resistere ai grandi cambiamenti e ai traumi dei traditori globalisti.

Questa mattina non posso non pensare anche a loro, come non posso non pensare a chi prova a minimizzare i crimini commessi dal fascismo in Italia. E non posso non inquietarmi, di fronte a migliaia di miserabili che fuggono la guerra e la carestia, di fronte alle imbarcazioni stracariche sempre vicine al naufragio, di fronte a chi – dopo essere sopravvissuto alla traversata – si vede rifiutare l’asilo da una coalizione di disgraziati in cui tutti i Paesi d’Europa hanno un posto. Non posso non inquietarmi per questi Cerberi dell’italianità, quasi altrettanto crudeli dei loro predecessori maniaci dell’olio di ricino.

Donne e uomini d’Italia, figli del 25 aprile 1945, non avete ereditato dai vostri gloriosi antenati un sentimento di umanità e di fratellanza? Nel momento in cui l’Europa, terra natale delle libertà e culla dei Diritti dell’uomo, viene criticata dai suoi stessi componenti, nel momento in cui i suoi valori vengono attaccati qui a Roma e ovunque in Europa, la memoria del 25 aprile e la commemorazione di oggi ritrovano il loro significato originario. Non si tratta solo di memoria.

Non ci basta celebrare gli antifascisti, gli uomini e le donne della Resistenza, i partigiani che si sacrificarono per la libertà dell’Italia – penso alle Fosse Ardeatine, a Sant’ Anna di Stazzema, a Marzabotto -, altre battaglie per la libertà sono di fronte a noi. Perché la nostra casa, l’Europa brucia. I fuochi dell’odio si stanno riaccendendo dappertutto, nuovi pastori soffiano di nuovo sulle braci della rabbia, del fanatismo e della xenofobia.

Tocca a noi fermare il fuoco. Tocca a noi opporre al fuoco la luce della vittoria europea del 1945; la luce dell’intelligenza vittoriosa della stupidità; il coraggio vittorioso sulla codardia, la libertà che trionfa sulla pulsione di morte. Per noi, in questo anniversario, dare gloria ai combattenti, ebrei e non ebrei, che hanno portato il grande popolo italiano fuori dalla sordida e bestiale trappola criminale nella quale era stata rinchiusa dal suo stesso desiderio di servitù non meno che dalla disgrazia delle armi e dalle astuzie del diavolo.

Viva la Repubblica, viva l’Italia, viva l’Europa.

Bernard Henri Levy

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Gian Micalessin, Quell’ arrogante francese che ci offende in diretta tv

Il Giornale, 29 luglio 2020

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Che il virus renda folli, come recita l’ultimo pamphlet del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, ce l’ha fatto ben capire il suo autore protagonista – lunedì sera – di un borioso testa a testa con Matteo Salvini nel corso del programma di Nicola Porro Quarta Repubblica su Rete4. Reduce da un viaggio in Libia dove è stato accolto al grido di «uccidi il cane ebreo» e salutato con festose raffiche di kalashnikov ad altezza d’uomo il filosofo ha preferito però concentrarsi su «xenofobia, nazionalismo e sovranismo» mettendo sotto accusa i «barbari» italiani colpevoli di darla caccia ai migranti «diventati i principali untori del coronavirus». Insomma per l’ex nouveau philosophe il principale problema non è il contenimento di un morbo responsabile della morte di 35mila nostri concittadini, mala protervia «sovranista» di chi vorrebbe bloccare i migranti infetti bollandoli come possibile causa di una seconda ondata di contagi. In preda a un delirio auto-referenziale il cui unico obiettivo sembrava la conquista delle fila anti-salviniane e la vendita di qualche copia in più Henri Lévy è arrivato a liquidare come «terribili ignobili e vergognose» le parole del sindaco di Lampedusa Totò Martello, già simbolo dell’accoglienza solidale e progressista. La colpa imperdonabile del povero Totò, trasformato in icona della peggior xenofobia, è quella di spiegare come i pescatori tunisini, oltre a traghettare migranti a pagamento, gettino le reti nelle acque territoriali di Lampedusa sottraendo pesci e proventi ai loro colleghi italiani. Una verità chiaramente illustrata nel reportage della brava Lodovica Bulian sottotitolato in francese per renderlo comprensibile anche all’ospite francese. Ma per l’indispettito Lévy quelle riprese non contano nulla. Anzi è «vergognoso mostrare immagini di questo genere come se rappresentassero l’opinione del popolo italiano». Insomma per il presunto campione del pensiero liberale d’oltralpe sarebbe meglio non far vedere – ovvero censurare – un servizio colpevole di «stigmatizzare e individuare come problema qualche barchetta che viene a pescare al largo delle coste italiane». Che quelle barchette abbiano scaricato un terzo dei 12mila migranti arrivati quest’anno – dopo i 600mila sbarcati dalla fine del 2013 – è fa va sans dire irrilevante. I veri problemi degli italiani li conosce un filosofo pronto a dipingere l’Italia come un Paese piegato da mafia e terrorismo e pronto a vendersi a Putin. Un Paese che – come ripete Lévy rivolgendosi a Salvini – «senza l’Europa sparirebbe dalla mappa dell’Europa e dell’economia». «Voce del sén fuggita» – verrebbe da dire visto che l’Italia durante il contagio ha subito il blocco delle forniture sanitarie e ha dovuto attendere cinque mesi per veder abbozzata la promessa, ancora virtuale, del Recovery Fund. Ma per sfortuna degli spettatori di Quarta Repubblica, abituati a dibattiti più pertinenti e informati, la performance del filosofo francese non si ferma là. La vera ciliegina arriva alla fine quando il «filosofo» spiega sotto gli sguardi sconcertati di Porro, che soltanto grazie ai migranti potremo trovare cure e vaccino contro il Covid 19. «Senza immigrazione maghrebina e africana non c’è ricerca e non si troverà mai un vaccino o una cura contro il Covid» ripete l’invasato Lévy citando l’infettivologo di Marsiglia Didier Raoult più famoso, in verità, per aver curato il Covid con la clorochina. «Quindi – conclude – se in Francia o in Italia si troverà un vaccino bisognerà dire grazie ai migranti». A quel punto Henry Lévy avrà anche conquistato qualche lettore anti-salviniano, ma Salvini, in compenso, ha moltiplicato i propri voti.

Gian Micalessin, 29 luglio 2020

 

 

 

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