Shoah e migranti: perché assimilare due tragedie differenti indebolisce la conoscenza

Autore: Maurizio Molinari, 2 febbraio 2019

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Nel nostro Paese più celebrazioni, commenti e dichiarazioni in merito hanno sovrapposto la Shoah al dramma dei migranti. Si tratta di un errore perché due tragedie, in quanto tali, non sono mai assimilabili. Sovrapporre le persecuzioni naziste all’esodo dei migranti crea una confusione storica che non contribuisce a conoscere meglio nessuna delle due tragedie.
La decisione di Adolf Hitler di adoperare l’intera macchina bellica e industriale tedesca per eliminare tutti gli appartenenti al popolo ebraico – senza eccezione – andandoli a prendere nelle loro case per ridurli in cenere è un orrore senza paragoni possibili nella Storia dell’umanità. 
Così come la fuga dei migranti da povertà, fame e violenze verso il Nord del Pianeta è un fenomeno epocale che dobbiamo comprendere, affrontare e risolvere perché appartiene alle nostre vite. 
Ma i due eventi non devono essere confusi o assimilati perché ciò non facilita ma complica la comprensione della loro specificità. Non c’è alcun dubbio che eventi storici diversi possono avere caratteristiche comuni: l’odio razziale contro gli ebrei e l’ostilità viscerale verso i migranti hanno in comune l’intolleranza per le diversità così come la scelta di più Paesi di chiudersi ai migranti evoca la conferenza di Evian del 1938 che vide la comunità internazionale dell’epoca decidere di non soccorrere gli ebrei in fuga dalla Germania nazista.
È tuttavia un grave errore confondere singoli aspetti simili di queste grandi tragedie con una equiparazione o sovrapposizione totale perché ciò porta a considerare la Storia come una sorta di minestrone dove tutto si mischia e nulla alla fine conta. Con il risultato di nuocere alla conoscenza, banalizzare la Shoah e non dedicare la necessaria attenzione al dramma dei migranti. La forza di una nazione nasce dalla capacità di ricordare, conoscere e trasmettere ogni singolo evento della propria Storia nella sua peculiare specificità. La ricetta contraria porta alla cancellazione della memoria collettiva. Rendendo tutti più deboli.

Maurizio Molinari

Il delirio infame dei paragoni impossibili

Autore: Deborah Fait

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Nei giorni che precedono il 27 gennaio, Giornata della Memoria della Shoa, si leggono e si sentono tante di quelle castronerie che uno si chiede in che mondo sbagliato viviamo. Un mondo dove i valori sono così inutili e nascosti da permettere di trasformare la realtà in vergognose menzogne. Ogni anno si sentono le solite litanie degli antisemiti sia di destra che di sinistra che protestano contro l’unicità del giorno della Memoria.
Perché solo gli ebrei… cosa hanno di più rispetto a tutti gli altri morti…. Beh forse perché sono stati sei milioni, forse perché l’idea era di sterminare tutto il popolo ebraico!
Il culmine delle accuse, quello più schifoso e gettonato, è l’inevitabile “le vittime si sono trasformate in carnefici” con riferimento, ovviamente, a Israele che si difende dal terrorismo palestinese.
Tutto serve per incolpare, odiare, soprattutto far odiare, gli ebrei.
L’ONU decretò il 27 gennaio come ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della belva nazista e siamo proprio noi ebrei i primi a ricordare tutti gli altri esseri umani assassinati. Ricordo che molti anni fa Rav Toaff aveva voluto accanto a sè due bambini di etnia rom durante le celebrazioni.
Quest’anno, con il problema dei migranti cui non è più permesso arrivare sempre e soltanto in Italia, si è raggiunto l’impensabile, un vero e proprio delirio di assurdità. Un gioco sporco che vuole fare dei paragoni tra gli ebrei assassinati e i migranti che dall’Africa arrivano in Italia dopo varie peripezie, alcune anche molto tragiche, ma imparagonabili a un genocidio freddamente programmato.
Il Corriere della Sera ha pubblicato questa lettera esplicativa del comune sentire, parole che sarebbero condivisibili se non vi fosse il solito assurdo accenno alla comparazione tra un esodo voluto, spesso tragico, dall’Africa e il senso biblico della distruzione totale di un popolo trascinato a forza lontano dalle proprie case per essere annientato: eccola, «Giorno della Memoria e sorte dei migranti» In questi giorni si celebra il Giorno della Memoria affinché non si scordi ciò che è stato. In ognuno di noi si ripete un senso di sgomento e ci si chiede come, da parte di tutti, sia stato possibile tollerare e permettere che fatti così tragici si potessero verificare. E oggi mi chiedo anche se, fra 70/80 anni, chi verrà dopo di noi non si domanderà come sia stato possibile che Paesi ricchi e civili abbiano tollerato che si perpetuassero azioni crudeli verso altri popoli che si trovano in condizioni drammatiche. Provo vergogna ogni volta che vedo disgraziati che sfidano la vita, e spesso trovano la morte, nella speranza di un futuro meno difficile e doloroso per loro e i propri figli, e vengono respinti. Ida F.Careni. 
In questi giorni i commenti, uno più vergognoso dell’altro, riempiono i media e il web, espressi da politici, giornalisti ignoranti e buonisti inutili.
Liliana Segre, la senatrice, deportata a 13 anni dall’Italia ad Auschwitz dove si è miracolosamente salvata dalla morte, ha dichiarato durante un incontro con i ragazzi delle scuole milanesi, :”Sono stata clandestina con le carte false, so cosa significa quando nessuno ti vuole. Come faccio a gridarlo a chi erge muri?”
Recidiva dunque perchè aveva già fatto dichiarazioni simili mesi fa parlando delle tragiche morti in mare, dimostrando come l’ideologia spesso cancelli la lucidità e il rispetto per ciò che è stato. 

Liliana Segre è stata clandestina per salvarsi dalla morte, aveva documenti falsi perchè l’Europa, avendo deciso che il popolo ebraico doveva essere eliminato nella sua completezza, obbedì a Hitler e ogni nazione del continente organizzò la sua personale caccia all’ebreo. La signora Segre ripete sempre, giustamente, “per la sola colpa di essere nata, la sola colpa di essere ebrea” 
Giusto e allora cosa c’entra questo orrore con i migranti? Cosa c’entrano i carri bestiame dove stavano rinchiusi per giorni interi, a volte settimane, prima di arrivare nei campi della morte, con gli autobus moderni sui quali salgono i migranti?
Capisco che non sia facile essere sballottati da un posto all’altro, capisco tutto, anche quanto sia orribile vivere nei vari Cara.
Capisco la tragedia delle morti in mare a causa dei trafficanti di esseri umani e delle varie ONG che guadagnano fior di soldoni. Tutto questo però non è comparabile alla persecuzione ebraica, ad Auschwitz, alle selezioni che decidevano chi doveva venire ucciso subito e chi era destinato a fare lo schiavo o la cavia prima di essere eliminato.
E’ mai possibile che la senatrice Segre non noti la differenza tra le peripezie, seppur tristissime dei migranti, e lo sterminio di un popolo?
Chi ha visto portare il proprio padre nel crematorio non può fare un parallelismo con il ragazzone africano munito di cellulare che sicuramente non sta benissimo ma sempre meglio di come viveva nel paese da cui è fuggito volotariamente (!), per arrivare in occidente.
Forse non è colpa della Signora Segre, i veri responsabili sono quelli che la usano per i loro sporchi scopi. In questi giorni, con la chiusura del Cara di Castelnuovo i commenti si sprecano. Il deputato Roberto Morassut ha tuonato:”-deportati- secondo una modalità che ricorda i lager nazisti. Salvini razzista, fascista, nazista”. Il sindaco di Bologna Merola e il sindaco di Padova hanno fatto le stesse esternazioni indecenti “Migranti come gli ebrei nella Shoah”.
Queste sono bestemmie che stanno diventando una vera e propria pandemia e fanno perdere il senso della realtà, della giustizia, dell’umanità. Non è dato sapere se queste persone capiscono le bestialità che esternano, accecati come sono dalla retorica buonista o anti Salvini. Non posso pensare che non abbiano mai visto un film, un documentario (anche se probabilmente non hanno mai letto un libro sulla Shoah) su come venivano trattati gli ebrei dall’inizio della tragedia nei loro paesi d’origine fino alla conclusione nei crematori. In ogni paese d’Europa, se non li ammazzavano subito, venivano imprigionati, consegnati ai nazisti, messi sui carri bestiame dove i finestrini minuscoli erano chiusi con il filo spinato. Arrivati nei lager della morte un medico decideva chi poteva vivere per essere momentaneamente utile al Terzo Reich, e chi doveva passare per il camino dei crematori, fumo nei cieli di un’Europa feroce.
In quel fumo 6 milioni di persone colpevoli di essere nate ebree.
E’ questo che succede ai migranti? E allora con quale faccia tosta lo si dice, con quale sporco coraggio si fanno simili paragoni? Quegli ebrei, quei fratelli ammazzati sulle fosse comuni in cui precipitavano, gettati nel Danubio, bruciati nelle sinagoghe, bastonati fino a farli morire (“ci davano 80 colpi, all’ottantunesimo si moriva”), gasati, cremati, ridotti in cenere, vengono uccisi una seconda volta dalle parole indecenti, assurde, oscene della strumentalizzazione.
Le similitudini cui disgraziatamente assistiamo vanno condannate con forza perchè sono la parte subdola del negazionismo. Negare la Shoah è un processo talmente assurdo e antistorico da non essere credibile o da esserlo solamente per chi ha il cervello annegato nell’odio. Banalizzarla può ottenere, senza troppe proteste e senza fatica, lo stesso vergognoso effetto.

Deborah Fait, 26 gennaio 2019

Ricordo

Autore: Ugo Volli

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Cari amici,
oggi è il Giorno della memoria e una legge dello stato, che viene addirittura da una deliberazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ci impone di ricordare. Ricordare che cosa? L’apertura del campo di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio del 1945, che segnerebbe simbolicamente la fine del genocidio degli ebrei. Ho le mie riserve, penso che la Shoà non sia finita allora e che per certi aspetti importanti si cerchi di continuarla ancora oggi, ma obbedisco. Ricordo. Non però solo quel che vogliono loro. Non solo che qualche ebreo ce l’ha fatta ad uscire dall’ inferno.
Ricordo che gli ebrei erano stati rinchiusi nei campi senza grandi opposizioni della comunità internazionale, che le notizie che giravano sullo sterminio fin dal 1942 erano state occultate al pubblico internazionale e in particolare americano dall’ amministrazione Roosevelt con la complicità della stampa anche quella di proprietà ebraica come il New York Times. Ricordo che i fuggitivi dal genocidio erano stati respinti da tutti i paesi del mondo e che in particolare la Gran Bretagna era stata attiva a impedire in tutti i modi e soprattutto con le armi il tentativo delle vittime di trovar rifugio in terra di Israele. Ricordo che a parte pochissimi esempi nel mondo come Danimarca Bulgaria e Marocco i governi europei erano stati solerti nel consegnarli ai loro carnefici.
Ricordo che la popolazione civile, anche quella italiana, aveva in grande maggioranza collaborato con le stragi, denunciando gli ebrei, perseguitandoli e depredandoli, prima, durante e anche dopo (per esempio in Polonia) lo sterminio industriale nei campi. Ricordo che questa complicità si era esercitata abbondantemente in Italia, a proposito delle leggi razziste e poi riguardo agli snodi italiani dello sterminio, come la Risiera di Trieste o il campo di smistamento di Fossoli. Ricordo il silenzio di Pio XII, che da decenni la Chiesa cerca invano di scusare senza rilasciare i documenti di quegli anni (ma ricordo anche i buoni cristiani che agirono secondo coscienza salvando chi poterono).
Ricordo il trattamento indegno che i sopravvissuti ricevettero tornando a casa, per esempio in Olanda; ma anche gli ammonimenti di Croce e Merzagora perché le vittime non esagerassero chiedendo indietro quel che era stato loro sottratto durante le persecuzioni. Ricordo le violente e sanguinose espulsioni degli ebrei dai paesi mediorientali in cui vivevano da secoli e secoli, prima dell’invenzione dell’islam. Ricordo le guerre, il terrorismo, i massacri con cui gli arabi cercarono di impedire la nascita di Israele e di distruggerla dopo la sua costituzione. Ricordo l’alleanza degli arabi e in particolare del movimento palestinista con Hitler. E ricordo pure che quando Netanyahu ricordò questa semplice verità, fu sottoposto a un pubblico linciaggio, cui contribuirono gli utili idioti della sinistra ebraica.
Ricordo che le Nazioni Unite, che ci dicono oggi di ricordare, debbono farsi dimenticare il voto con cui dichiararono che il sionismo – il movimento nato per realizzare la salvezza degli ebrei dallo sterminio restituendo loro la patria da cui erano stati violentemente espulsi – era una forma di razzismo. E ricordo che con quella mozione le Nazioni Unite, il suo consiglio per i diritti umani, la sua sezione culturale UNESCO, e molte altre sue articolazioni, dovrebbero ricordarsi di cancellarne le altre centinaia con cui hanno cercato di colpevolizzare ed eliminare simbolicamente Israele. Ricordo anche che la loro articolazione operativa in Israele e dintorni, l’UNRWA, ha appoggiato in tutti i modi i terroristi, ha ospitato nei suoi edifici i loro depositi d’armi, i loro comandi, i loro cecchini, salvo lamentarsi del fatto che l’esercito israeliano rispondeva al fuoco; e ha messo a disposizione le sue scuole per la diffusione dell’ideologia antisemita e genocida del palestinismo. Ricordo che l’Unione Europea, dove si celebra maggiormente il giorno della memoria, sta riproducendo la mossa nazista della stella gialla marcando i prodotti della Giudea e Samaria, in evidente preparazione di un boicottaggio, anche se ipocritamente nega questa intenzione; ricordo che il suo parlamento e molti parlamenti degli stati membri hanno riconosciuto la “Palestina”, uno stato inesistente il cui solo senso è di cercare di realizzare una nuova Shoà contro Israele. Ricordo che i fondi europei finanziano gli stipendi che l’Autorità palestinese paga ai terroristi, pagano le Ong che preparano provocazioni e danno soldi agli arabi per fare disordini, sono usati per violare la legge israeliana e aiutare a stringere l’assedio terrorista a Israele.
Ricordo infine che l’altro ieri Renzi e Mattarella, ieri il papa hanno ricevuto con tutti gli onori il capo di uno stato ufficialmente negazionista, che propaganda come sua missione storica la distruzione dello stato di Israele, cioè l’Iran. In quel momento si sono dimenticati di tutte le loro parole sul diritto di Israele a esistere, come oggi si dimenticheranno le cordialità che si sono scambiati con chi vuole eliminare lo stato di Israele (e cioè gli ebrei) dalla faccia della terra. Ricordo la loro doppia dimenticanza, prometto di non dimenticarla.
Ricordo molte altre cose, che non ho il tempo di dire qui. Ma tutto questo ricordo mi basta per sapere quanto c’è di falso e di ipocrita in questo Giorno. Magari a qualcuno, che non sa, servirà a conoscere qualcosa dei crimini antisemiti che fanno parte dell’identità europea, come di quella islamica. Ma non basta.
Ugo Volli, 27 gennaio 2016

La Giornata della Memoria e le sue contraddizioni

Autore: Ugo Volli

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L’utilità della Giornata della Memoria, che ricorre domenica prossima, è discussa da molti E’ troppo generico il suo tema, troppo ambiguo, troppo pietistico. Staccare il ricordo della Shoah dal suo sfondo antigiudaico prima cristiano e poi anche laico progressista, legarlo solo al genocidio e non alla demonizzazione e alla ghettizzazione degli ebrei da cui esso è nato, si presta a quelle letture  che fanno del male assoluto una “banalità” (secondo l’oscena proposta di Hannah Arendt), un atto di follia di un capo indemoniato o infine un gesto derivante solo dalla barbarie nazifascista, assolvendo i suoi antagonisti politici. Infine nella Giornata della Memoria gli ebrei sono ricordati solo come vittime, mentre nel ricordo di Israele (che si svolge in una data fra il ricordo della liberazione dall’Egitto, cioè la festività di Pesach e la data che ricorda la fondazione dello stato di Israele), è messa in rilievo anche l’eroismo di coloro che riuscirono a resistere, per esempio nella rivolta del Ghetto di Varsavia.  Altri invece dicono che è meglio un ricordo parziale ma pubblico, un gesto solenne della comunità internazionale (che però si celebra soprattutto in Italia) piuttosto del silenzio.

Non voglio trarre qui una conclusione netta, ma penso sia opportuno diffondere notizia di tre episodi molto anomali che renderanno ancora più dubbia questa Giornata della Memoria. Il primo si svolgerà a una ventina di chilometri da Roma, nella cittadina di Aprilia, martedì 29 gennaio alle ore 17 nell’aula magna della scuola “Toscanini” in Via Amburgo 5 (scrivo questi dati nella speranza che  qualcuno abbia voglia di assistervi). La celebrazione sarà tenuta, oltre che dall’assessore alla cultura del comune,  da Alessandro Portelli, ex professore di Letteratura angloamericana alla Sapienza, da Mario Lai “della comunità di San Egidio” e infine Salameh Ashour, “presidente della Comunità Palestinese del Lazio” (per capire come la pensa consiglio questo suo discorso, un po’ vecchio ma sempre attuale) . Va citato anche l’ente organizzatore, una sezione dell’Anpi che è dedicata addirittura a Vittorio Arrigoni, il fanatico estremista antisraeliano che fu ammazzato a Gaza dai suoi amici islamisti, a quanto pare perché il suo stile di vita era, diciamo così, troppo disinvolto e fuori dalle regole musulmane.  L’Anpi è ormai chiaramente un ente inutile, non più composto da partigiani ma da estremisti così irragionevoli da far male anche alle forze politiche di sinistra (ricordiamoci il loro no al referendum perduto da Renzi che fu la premessa per la sconfitta del Pd alle politiche). Ma chi avrebbe potuto immaginare che gente che abusa del nome di partigiani arrivasse a sostituire i palestinesi agli ebrei, usando subdolamente i classici argomenti degli antisemiti d’oggi, per cui sono i palestinesi a subire “violenze inaccettabili”mentre Israele è colpevole di “degrado umano e deriva di potenza”?

Il secondo caso è per certi versi analogo, nel senso che usa la giornata della Memoria per nascondere il genocidio ebraico e sostituirlo con qualcosa d’altro, che in questo caso sono… gli indiani d’America. Siamo a Lugano, protagonista questa volta l’”Associazione Ticinese degli Insegnanti di Storia”… idea bizzarra che è difficile commentare seriamente. Forse hanno visto troppi film western. Meglio – o peggio – pensare che gli insegnanti ticinesi di storia siano alla ricerca di alibi per quel che è successo alla frontiera della confederazione intorno a ottant’anni fa.  

Il terzo caso è per certi versi il più grave, perché abolisce non solo gli ebrei, ma anche la stessa Giornata e lo fa in una grande città che ha avuto il merito di ribellarsi ai nazisti. Qui, come scrivono la presidente della comunità ebraica di Napoli Lydia Shapirer e quella dell’Ucei, Noemi di Segni:

“siamo venute a sapere con sconcerto che il prossimo 29 gennaio, nella sede solenne del Maschio Angioino, è prevista una conferenza dal titolo ‘La tragedia palestinese nella crisi del diritto internazionale’ durante la quale sarà illustrato l’ordine del giorno del Consiglio comunale di Napoli per l’embargo militare a Israele. Un evento che è promosso tra gli altri dal Movimento BDS, rete internazionale che sostiene il boicottaggio dello Stato ebraico e le cui posizioni sono molto spesso caratterizzate da un aperto e viscerale antisemitismo.”

Nessuna meraviglia che fra i sostenitori figuri il sindaco di Napoli De Magistris, che non perde mai occasione di mostrare il suo livore per Israele.

Vale la pena di fare manifestazioni che ricordano gli ebrei morti durante la Shoah se poi vengono fuori questi orrori? O forse se non ci fosse la Giornata della Memoria, l’odio per lo stato ebraico sarebbe più facile, perché non dovrebbe neanche superare l’ostacolo di una solidarietà con gli ebrei, per quanto retoricamente proclamata? Difficile dire. Una cosa è certa, non bisogna smettere di denunciare la contraddizione e la falsità di coloro che dicono di celebrare gli ebrei uccisi nel passato alleandosi con quelli che vogliono ammazzarli ora.

Ugo Volli

Baroni inquisitori

Autore: Giulio Meotti

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Iniziarono colpendo che più in alto non si poteva, sul vicario di Cristo. Papa Benedetto XVI doveva andare a parlare alla Sapienza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ratzinger non parteciperà mai all’evento nel più antico ateneo romano. Troppo “incongruo” e non in linea con la “laicità della scienza”, dissero un centinaio di docenti firmatari di una lettera al rettore, Renato Guarini. Dieci anni fa, quell’episodio fu visto e giudicato come un fatto gravissimo: una grande università ostracizzava un pontefice nell’esercizio di quel pluralismo intellettuale che avrebbe dovuto essere il vanto di un ateneo. Oggi è prassi ordinaria e quotidiana, talmente banalizzata che sulla stampa italiana le centinaia di casi di professori messi alla gogna e alla berlina non fanno più notizia.
Di questa settimana è la campagna contro il celebre filosofo del diritto John Finnis, professore emerito presso l’Università di Oxford. Centinaia di studenti hanno lanciato una petizione perché l’università cacciasse questo famoso docente reo di “condotta discriminatoria”, per usare l’espressione presente nella petizione. La “colpa” di Finnis sarebbe quella di “essere omofobico e transfobico”. 
Sul Guardian sono apparsi articoli dal titolo: “Ecco perché Finnis non dovrebbe insegnare a Oxford”. Poche ore dopo, la Oxford Union ritirava l’invito a William Donohue, presidente della Catholic League, un gruppo americano per i diritti civili, e Donohue si è detto “inorridito” per il modo in cui è stato trattato da quel prestigioso sindacato universitario che risale a ottocento anni fa. “A un certo punto devi fare una scelta: o esci dal business perché sei un paria o vai avanti e te ne freghi”, ha detto Bruce Gilley Le università occidentali sono diventate luoghi di timore e terrore intellettuale, dove minoranze accademiche agguerrite dettano la linea a fronte di un corpo docente silenzioso o, peggio, compiacente. 
L’accademia è sempre più erosa da una tendenza all’integralismo ideologico e dal tentativo di determinare non solo quali azioni siano accettabili, ma anche quali pensieri e parole lo siano. Non dovrebbe una società accademica abbracciare, piuttosto che punire, la differenza intellettuale?
Le vendette, le delazioni, le petizioni, l’ostilità abbondano invece contro chi esercita il diritto al dissenso in quel mutuo “consenso”. Siamo arrivati alla partecipazione al culto della violenza celebrato su larga scala e alla fabbricazione di capri espiatori, bersagli dell’odio ideologico su cui sfogare una aggressività accumulata e repressa. I casi si contano a centinaia ormai. 
A una dissidente iraniana, Maryam Namazie, è stato impedito di parlare in alcuni college inglese, come il Goldsmiths e il Warwick La sua difesa del free speech avrebbe `offeso” gli studenti di fede islamica. 
Thilo Sarrazin, ex banchiere centrale tedesco e durissimo critico dell’immigrazione, ha parlato fra le proteste di studenti e insegnanti all’Università di Siegen. 
Il professor Paul Griffiths, teologo americano di fama, aveva ricevuto una email di alcuni professori per indire due giornate su “come riconoscere e combattere il razzismo”. Siamo alla Duke Divinity School, una delle più importanti università d’America. Griffiths risponde così alla email dei colleghi: “E’ una sessione illiberale e dalle tendenze totalitarie”. Ed è stato gentilmente messo alla porta. Un professore della New York  University, Michael Rectenwald, si era creato un account Twitter anonimo per sbeffeggiare il politicamente corretto senza timore di conseguenze da parte dei “guerrieri della giustizia sociale”. I colleghi si sono lamentati per la sua “inciviltà” e il docente è stato costretto a prendere un lungo congedo forzato per “mancanza di disciplina”.
Il Premio Nobel inglese Tim Hunt è finito malissimo. Lo University College di Londra lo ha estromesso per la leggerezza commessa a una conferenza a Seoul, dove Hunt si lasciò scappare una frase sulle donne inadatte alla vita in laboratorio. “Maschilismo”. Hunt oggi vive in Giappone, dove ha scelto di autoesiliarsi con la moglie, anche lei accademica. L’ha pagata cara il fisico italiano Alessandro Strumia. “La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini”, aveva detto questo scienziato e docente nel workshop organizzato dal Cern di Ginevra. “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”. 
Strumia si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare e anche l’Università di Pisa, dove insegna Strumia, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico. 
Bret Weinstein e sua moglie, Heather Heying, si sono dimessi dalle loro posizioni all’Evergreen State College. Weinstein aveva criticato l’annuale Day of Absence della scuola dopo che agli studenti bianchi che avevano scelto di partecipare era stato chiesto di uscire dal campus per parlare di razzismo, il loro, quello congenito dei bianchi. Weinstein aveva definito l’evento “un atto di oppressione”. 
Nel libro “Aristotele a Mont-SaintMichel”, lo storico francese Sylvain Gouguenheim, ordinario alla Scuola Normale di Lione, aveva spiegato che l’eredità greca nel Medioevo fu trasmessa all’Europa occidentale da Costantinopoli, riducendo il ruolo intermediario del mondo islamico. “La cultura greca non tornò all’occidente solo grazie all’islam: a salvare dall’oblio i filosofi antichi sarebbe stato innanzitutto il lavoro dei cristiani d’Oriente, caduti sotto dominio musulmano, e dunque arabizzati”, si legge nel testo. 
Apriti cielo! Iniziarono a circolare numerose petizioni contro Gouguenheim. Una prima firmata da Hélène Bellosta e trenta accademici esce sul Monde. Poi arriva un appello di duecento dall’École normale supérieure. Infine, un testo di 56 ricercatori di storia e filosofia del Medioevo su Libération, in cui si accusa Gouguenheim di “razzismo culturale”. “Uno storico al servizio dell’islamofobia”, titola Main Gresh del Monde Diplomatique. Stesso destino per un altro storico di rango dell’Université de Bretagne-Sud, Olivier Pétré-Grenouilleau, reo di aver scritto il libro “La Traite des Noirs”, in cui dice: “Il numero degli schiavi cristiani razziati dai musulmani supera quello degli africani deportati nelle Americhe”. In un’intervista al Journal du Dimanche, Petre-Grenouilleau andò oltre, rifiutando di riconoscere la schiavitu come “genocidio” e di equipararla alla Shoah. Il “Collectif des Antillais, Guyanais et Reunionnais” sporse querela contro lo storico. “L’ostracismo dei ricercatori che si avvicinano ai temi sensibili dell’islam e dell’immigrazione”. Così il Figaro qualche giorno fa ha definito un fenomeno sempre più dilagante in Francia in ambito universitario. Uno è Christophe Guilluy, lo studioso di riferimento della “Francia periferica”. Il suo ultimo libro, “No society” (uscirà in italiano per le edizioni universitarie della Luiss), è il resoconto della fine della classe media. 
Su France Culture lo si addita come “ideologo del Rassemblement national”, un lepenista. L’altro è Stephen Smith, studioso di immigrazione, autore del libro “La ruée vers l’Europe”, un macroniano. 
Dal College de France, il demografo François Héran lo accusa di “agitare lo spettro del pericolo nero”. “Ho ricevuto un messaggio da un collega accademico che mi ha detto `fai attenzione al nazista Finkielkraut che ti ha appena citato”‘, ha detto Guilluy al Figaro. Questo il clima. Erika Christakis, docente a Yale di Psicologia, aveva osato lamentarsi che l’università era diventata “un luogo di censura” dopo la richiesta degli studenti di bandire i costumi “offensivi” per Halloween. Sia Erika sia il marito, Nicholas Christakis, anche lui professore a Yale, iniziano a ricevere email violente e solo pochi colleghi firmano la lettera di solidarietà. Così, Erika e Nicholas si sono dimessi. 
Gli studenti di Medicina del King’s College di Londra avevano chiesto a Heather Brunskell Evans, ricercatrice e portavoce del Women’s Equality Party, di tenere una conferenza su “pornografia e sessualizzazione delle donne”. La facoltà le ha fatto sapere che l’evento era stato cancellato perché le sue opinioni sui transessuali avrebbero violato la politica dello “spazio sicuro”. Brunskell Evans ha detto al Times che “le brave persone stanno indietro, non fanno niente, come altre vengono messe alla berlina. Le organizzazioni e gli individui sono pietrificati dall’idea di essere viste come portatori di idee che non sostengono in modo inequivocabile la dottrina transgender.
E’ scioccante”. 
Un’altra femminista, Linda Bellos, era stata invitata al Peterhouse College, annunciando che avrebbe “messo in discussione pubblicamente alcune `transpolitiche”. 
Linda Bellos è donna, nera, ebrea, lesbica e femminista. Ma non ancora abbastanza politically correct. 
Jenni Murray, veterana del giornalismo e conduttrice di Woman’s Hour su Radio 4, era stata a Oxford per discutere delle “potenti donne britanniche nella storia e nella società”. Ma l’evento è decaduto dopo che una serie di lettere sono state inviate all’università, condannando Murray come una “transofoba”. 
Toby Young, dopo che era stato nominato uno dei membri dell’Ufficio britannico per gli studenti, è stato distrutto professionalmente. Su Twitter sono stati ripescati suoi commenti sulle donne scritti diciassette anni prima. L’Università di Buckingham lo ha dimesso da “visiting fellow”. 
Rachel Fulton Brown, medievista all’Università di Chicago, è stata oggetto di una campagna d’odio per l’articolo “Three Cheers for White Men”, dove sostenne che gli uomini bianchi hanno avuto un ruolo nello sviluppo di certi diritti goduti dalle donne in tutto il mondo occidentale. Fulton valorizzò la cavalleria e l’amor cortese, lo sviluppo del matrimonio e alcuni elementi del femminismo, che sono stati sostenuti da filosofi come John Stuart Mill. “Suprematista bianca”! 
Bruce Gilley è l’accademico che ha più chance oggi di essere cacciato da una conferenza accademica in Gran Bretagna. Questo docente alla Portland State University in Oregon, agli occhi di molti, dice l’indicibile, e molto forte: loda il colonialismo in generale e l’impero britannico in particolare. In un articolo intitolato “The case for colonialism” nella rivista Third World Quarterly, Gilley aveva scritto che “il colonialismo occidentale era, come regola generale, oggettivamente benefico e legittimo”. L’editore ha ricevuto “minacce serie di violenza personale”. Quindici membri del consiglio di amministrazione della rivista si sono dimessi e l’articolo è stato ritirato. Gilley ha compreso la decisione di tirare giù il suo articolo su Third World Quarterly: “Stavano ricevendo minacce di morte da parte di fanatici”, ha detto al Times. “Una cosa è difendere la libertà di parola, ma queste riviste non hanno la capacità di resistere al contraccolpo: proteste, inondazioni di e-mail, cause per presunta promozione del nazismo”. 
A Londra, il professore ha tenuto lezione a un seminario privato per studenti e preso parte a una tavola rotonda, ma ha evitato un evento pubblico. “Il risultato sarebbe stato una tempesta di merda e sarebbe stato inutile. Ma avrebbe mostrato fino a che punto in Gran Bretagna, in tutti i posti, le persone hanno smesso di pensare”. 
Parlando sempre col Times, Gilley ha detto: “Se non sei di sinistra nel mondo accademico, ti trovi in un ambiente di lavoro molto ostile e a un certo punto devi fare una scelta, o esci dal business perché sei un paria, o decidi di fregartene e semplicemente di `offendere”. Il Middlebury College nel Vermont, lo stato più liberal d’America, aveva invitato Charles Murray, sociologo conservative autore di saggi importanti contro il welfare state. Quando Murray è salito sul palco, quattrocento studenti gli hanno urlato “razzista, sessista, antigay”. Murray ha continuato la conferenza in un ufficio, in streaming. Poi, all’uscita, è stato attaccato fisicamente da un gruppo di manifestanti. Noah Carl, studioso arruolato dall’Università di Cambridge, ha visto il suo nome dato in pasto all’opinione pubblica da trecento professori di tutto il mondo che avevano firmato una lettera aperta in cui si denunciava la sua nomina. 
In Francia, un professore di Filosofia di Tolosa, Philippe Soual, si è visto cancellare un corso su Hegel dall’ateneo Jean Jaurès di Tolosa, dopo che Soual è stato accusato da un’associazione di studenti di essere un “portavoce della Manif pour tous”, il movimento che ha riempito le piazze di Francia per manifestare a favore dell’unicità del matrimonio tra uomo e donna. 
Sempre a Oxford Nigel Biggar, professore di teologia morale, è stato attaccato per le sue tesi troppo indulgenti nei confronti dell’imperialismo. Biggar a dicembre ha dovuto tenere una conferenza accademica in privato per paura di vedersi interrompere dagli attivisti. Un altro motivo per tenere l’evento a porte chiuse era che un giovane studioso avrebbe partecipato solo a condizione di rimanere anonimo, “per timore che la sua presenza arrivasse all’attenzione di alcuni dei suoi colleghi più anziani”. 
Peter Boghossian, docente di filosofia all’Università di Portland, sta rischiando il lavoro per aver scritto articoli-farsa pubblicati in alcune delle maggiori riviste accademiche americane sul gender e altri critical studies. “Falsificazione dei dati”, questa l’accusa. La dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, critica dell’islam e riparata in America dall’Olanda, è stata cacciata dalla Brandeis University, una delle culle del liberalismo accademico americano che avrebbe dovuto onorarla con una laurea. Cento professori dell’ateneo nel Massachusetts, uno degli stati più di sinistra d’America, erano troppo imbarazzati a ospitare una portavoce del Terzo mondo che non rientrava nei loro stereotipi. 
E quando un professore venne minacciato di decapitazione dagli islamisti, i colleghi lo attaccarono e lasciarono solo. E’ il caso Robert Redeker, autore di un articolo sul Figaro molto duro sull’islam e finito sotto scorta. “I colleghi parlano di te come di un morto”, gli dicono dall’istituto Pierre-Paul Riquet di Saint-Orens de Gameville, a Tolosa, dove Redeker insegnava prima della fatwa. 
I sindacati francesi di insegnanti annunciarono di “non condividere le idee di Redeker”. Detto fatto, il professore di filosofia non insegnerà più. Insegnava, oltre a un liceo, in una scuola per ingegneri, molto prestigiosa, la scuola nazionale dell’Aviazione civile, a Tolosa. Quando, nel gennaio 2007, i mass media annunciarono che un terrorista internazionale, che aveva lanciato contro Redeker la condanna a morte pubblicata su un sito web islamista, i dirigenti di quella scuola gli comunicarono che non poteva più insegnare. 
Anche il rettore della facoltà di Scienze sociali di Toulouse ne disdisse il ciclo di conferenze, per ragioni di sicurezza. Le autorità trovarono a Redeker una nuova occupazione: correttore di bozze al Centre national de la recherche scientifique. 
Lì il reprobo non avrebbe più dato fastidio a nessuno. 
L’università occidentale – che dovrebbe essere la casa del pluralismo, del dibattito, della ricerca intellettuale, della libertà di pensiero – sta diventando un posto molto pericoloso, una pira per eretici, dove la tendenza dominante è quella di considerare come insubordinazione o eversione ogni apostasia dall’ordine costituito e il conformismo di ogni colore stringe sempre più le maglie. Chi non si integra è perduto o rimane, nella migliore delle ipotesi, un personaggio marginale. Sono loro, queste mosche bianche, non gli studenti e i professori alleati nella censura e nella recriminazione, ad avere oggi bisogno di uno “spazio sicuro”, come usa chiamarli nel linguaggio impazzito del politicamente corretto.

Giulio Meotti, 19 gennaio 2019

Diario di viaggio: Prima di tutto amore

Autore: Ugo Volli

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Cari amici,

La prima considerazione è questa, che il viaggio in Israele, fosse pure per lavoro o per studio, è un’esperienza, non un semplice spostamento. È difficile restare indifferenti a una terra così ricca di storia, e, lasciatemi usare questo termine poco razionale, di energia. È difficile non prendere posizione in un luogo così conteso da sempre, almeno da quando, quattromila anni fa, Abramo sconfisse i re cananei in guerra. È difficile non apprezzare il lavoro straordinario che ha trasformato completamente una terra che tutti i viaggiatori fino alla fine dell’Ottocento descrivevano come spopolata, selvaggia, pericolosa e che oggi fiorisce di campi, di villaggi, di città. È difficile restare indifferenti di fronte alle mille bandiere di Israele sulle macchine sulle finestre delle case sui pennoni, non apprezzare la bellezza di una gioventù libera e fiera che porta con straordinaria allegria le sue mille sfumature di colore della pelle, le mille forme diverse dei volti, !e mille corporature diverse, i mille abbigliamenti, dal più religioso e “modesto” al più audace e provocante: frutti di un incontro di popolazioni ricco come è stata vasta la dispersione del popolo ebraico. È impossibile non notare la quantità di neonati, di bambini, di ragazzi, segno di una popolazione estremamente dinamica e così ottimista da avere una voglia di riproduzione che noi in Europa abbiamo perduto da decenni.

Tel Aviv

Israele, profetizzava Herzl in un romanzo futurista che fu la sua ultima opera, sarebbe stata una “altneues Land” un paese vecchionuovo, un luogo in cui la reverenza per la Terra promessa non avrebbe contraddetto la modernizzazione, il coraggio del cambiamento. E basta girare per Tel Aviv, ai piedi della selva di grattacieli dalle forme di giocattolo e dalle dimensioni sovraumane, guardando sullo sfondo la vecchia Giaffa che era già un porto importante con destinazioni per tutto il Mediterraneo quando il profeta Giona vi si imbarcò con la speranza di sfuggire al compito etico ma sgradevole di cercare di salvare i nemici assiri che gli era stato assegnato, per capire come qui il vecchio si mescoli continuamente, dinamicamente, organicamente al nuovo. Salvo poi imbattersi, camminando per cinque minuti, in una antica moschea restaurata e nelle bianche case del Bauhaus, incontrare il profumo di un gelsomino a due passi dai locali della movida, perder tempo in una stazione ferroviaria ottomana trasformata in un posto di negozietti e ristoranti a sentire un ragazzo che suona ispirato la sua chitarra, e poi magari guardare gente che corre sulla spiaggia a mezzanotte o sostare nel traffico impazzito alle sette di mattina, incrociare ciclisti spericolati che fanno lo slalom fra jeep e suv molto manageriali.
Lo so, sono impressioni superficiali. Ma parlano di una realtà vivacisima, dove la cultura non contraddice il lavoro, la spiritualità è vicina non solo fisicamente alla vita quotidiana, il divertimento non nega la serietà della difesa da nemici sanguinari, subdoli e ostinati, l’agricoltura si sposa allo hi-tech. Sfiorare questa complessità, provare a decifrare il puzzle del vecchionuovo, lasciarsi prendere dall’entusiasmo per il fluire tumultuoso della vita, vedere i monumenti venerabili, i segni numerosi e differenti delle esperienze religiose che si sovrappongono, si incrociano e si negano, riconoscere una natura amata che fiorisce rigogliosa o si nasconde nell’austerità del deserto: tutto questo è l’esperienza di un viaggio in Israele. Studio, comprensione dei conflitti, decifrazione della cultura, ma prima di tutto amore.

Ugo Volli, 27 aprile 2015

La Cancellazione islamica della storia ebraica e la complicità dell’ONU

Autore: Niram Ferretti

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La storia la si riscrive a piacimento quando si ha l’agio per farlo, cioè i mezzi, la volontà politica. La volontà islamica di cancellare dalla Palestina la storia ebraica è pervasiva e radicata nell’assunto teologico che l’Islam antecede a tutto e che dunque, ciò che storicamente lo precede è solo un anacronismo. Se pure Adamo ed Eva erano musulmani lo erano anche inconsciamente tutti, lo siamo tutti. L’Islam è la protostoria dell’umanità e lo sono anche le sue testimonianze architettoniche, dunque, la Moschea di Al Aqsa fatta costruire nel 715 sotto il califfato degli Omayyadi, per alcuni predicatori infervorati precederebbe addirittura il Tempio di Salomone, mai ubicato in realtà sul Monte del Tempio.

Per il lord of terror, Yasser Arafat, forse sì, c’era una volta un tempio degli ebrei, ma da qualche parte nei pressi di Nablus, non certo sulla Spianata delle Moschee. Lo diceva lui che vantava per i “palestinesi”, ovvero gli arabi che invasero il Medioriente dalla penisola arabica nel VII, fantasiose discendenze cananee o gebusee. Eppure la lingua batta dove il dente duole, e la Palestina prima del 135 AD, era conosciuta come Giudea e in ebraico, “ebreo” si dica “Yehud”, così come Giudea è il nome, insieme a Samaria, della cosiddetta Cisgiordania, così chiamata dagli inglesi, o West Bank, così chiamata dai giordani dopo che la occuparono nel 1948 e se la annessero illegalmente nel 1951. Nomi abusivi dati da invasori che non cancellano la storia sottostante, ben più antica, incardinata nella Bibbia.

Nel 1695, l’orientalista danese Hadrian Reland, nel suo viaggio in Palestina scoprì che nessuno degli insediamenti conosciuti aveva un nome arabo. La maggioranza dei nomi degli insediamenti erano infatti ebraici, greci o latini. Il territorio era praticamente disabitato e le poche città, (Gerusalemme, Safad, Jaffa, Tieberiade e Gaza) erano abitate in maggioranza da ebrei e cristiani. Esisteva una minoranza musulmana, prevalentemente di origine beduina, che abitava nell’interno.

Eppure, il 16 aprile del 2016 l’UNESCO approva in prima battuta una risoluzione sottoposta da un gruppo di stati arabi-musulmani, il Sudan, l’Algeria, il Qatar, l’Egitto, l’Oman e il Marocco, la quale recepisce in toto la volontà palestinese di appropriarsi nominalmente e simbolicamente del Kotel hamaravi )il Muro Occidentale o Muro del Pianto) e il soprastante monte del Tempio, da sempre il sito più sacro per l’ebraismo. E’ un ulteriore tappa dell’offensiva politico-diplomatica contro Israele cominciata con ritmo serrato dopo la sconfitta araba del ’67, e da allora mai cessata.

La risoluzione viene approvata definitivamente il 13 ottobre 2016. Il giorno successivo, Mahmoud Al-Habbash supremo giudice della sharia nonché consigliere per le questioni religiose di Abu Mazen dichiarerà:

“La risoluzione dell’UNESCO conferma ciò che pensiamo e in cui crediamo, che Gerusalemme e in particolare la Moschea di Al-Aqsa e il Muro di Al-Buraq (il Kotel) e la piazza di Al-Buraq, sono luoghi puramente islamici e palestinesi e nessun altro può avere il diritto di esservi associato. Nessuno ha il diritto. Noi siamo i padroni e noi ne abbiamo il diritto. Solo i musulmani hanno il diritto ad Al-Aqsa, al Al-Buraq e alla piazza di Al-Buraq che sono puramente proprietà waqf islamica…Questo è il nostro messaggio e quello di tutta la comunità internazionale a Israele. Il nostro messaggio è che non rinunceremo al nostro diritto fin tanto che vivremo. E anche se moriremo, le generazioni future ci seguiranno, dai nostri figli ai nostri pronipoti i quali aderiranno a questo diritto”.

Ciò che non è stato possibile prendere con le armi, si prende indirettamente, attraverso la sua appropriazione simbolica. La conquista è nominale, manca di concretezza effettiva, ma ha comunque un peso rilevante poiché recide le profonde e millenarie radici ebraiche con Gerusalemme e il Muro Occidentale per sostituirle con un nuovo innesto rigorosamente musulmano. D’altronde, è caratteristico dei conquistatori modificare, rinominandola, la toponomastica dei luoghi catturati e sottomessi al loro imperio. La storia abbonda di esempi. E per restare a Gerusalemme non è forse l’imperatore Adriano che nel 135 AD rinomina la capitale ebraica Aelia Capitolina, trasformando la regione che per secoli era stata chiamata Giudea, in Palestina?

La decisione dell’UNESCO è solo un ulteriore tassello di quel mosaico di appropriazione-espropriazione (estirpazione) araba-musulmana dell’ebraismo che ha come mira la sua sostituzione-sottomissione all’imperio islamico, e se è pur vero che alcune personalità musulmane gerosolimitane hanno riconosciuto per secoli l’esistenza del Monte del Tempio a sua volta suffragata contro ogni ragionevole dubbio da scoperte archeologiche, oggi non è più così. E non è più così unicamente per una ben precisa agenda politico-ideologica che l’UNESCO, quale emanazione dell’arabizzato ONU, ha prontamente ed ossequiosamente recepito.

Ed è solo di venerdì scorso l’approvazione da parte dell’ONU delle ennesime risoluzioni anti-israeliane approvate dall’Assemblea Generale, secondo cui i legami fra ebraismo e Gerusalemme sono completamente recisi secondo il dettato islamico. La risoluzione principale su Gerusalemme, passata con 148 voti a favore, 11 contrari e 14 astenuti, disconosce qualsiasi sovranità israeliana su Gerusalemme. Un’altra risoluzione approvata con 156 voti favorevoli, 8 contrari e 12 astenuti, fa riferimento al Monte del Tempio con la sua denominazione araba, al-Haram-al Sharif  come era già accaduto il  il 14 aprile del 2015 nella risoluzione presentata all’UNESCO nella quale il Monte del Tempio veniva rinominato in lingua araba nello stesso identico modo (il nobile santuario). Si marcia insieme, si colpisce insieme.

Occorre ricordare che all’ONU, su 193 stati membri, 22 sono arabi, che assommati ad altri stati islamici porta il totale degli stati musulmani a 57 a cui vanno aggiunti tutti quegli stati che per motivazioni ideologiche o economiche appoggiano i paesi arabi, portando il totale a 122 stati pregiudizialmente avversi a Israele. Una armata decisa e compatta.

In questo scenario non poteva mancare la sudditanza europea. l’Unione Europea, che già nel 2017 votò compattamente a fianco dei paesi musulmani contro la decisione americana di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, ha approvato entrambi i testi, riservandosi una specificazione che suona come una beffa, ovvero che “In futuro, la scelta delle parole usate potrebbe influire sul sostegno collettivo dell’Unione Europea a queste risoluzioni”. Nel frattempo, però, si dà il proprio sostegno.

Niram Ferretti, 9 dicembre 2018

Noi e l’Islam: le domande in sospeso

Autore: Angelo Panebianco

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È la punta dell’iceberg. A volte alcuni episodi diventano oggetto di attenzione mediatica. Sono, verosimilmente, spie di cambiamenti diffusi, molecolari, quotidiani, che tendiamo per lo più ad ignorare. Si prenda il caso dei responsabili dell’ospedale di Parma che trasferiscono un’anziana assistita dal nipote per darla vinta a una islamica che non accetta la presenza di un uomo nella stanza in cui è ricoverata. Oppure il caso di coloro che, a Savona, coprono una statua per compiacere un gruppo di musulmani che sta per riunirsi in una sala. Non si tratta di folklore, forme di stupidità fastidiose ma innocue. Anticipano scenari che, in capo a pochi anni, potrebbero diventare drammatici. Tre domande meritano di essere poste. La prima: il passaggio dalla multietnicità (uno stato di fatto, in sé neutro: né buono né cattivo) al multiculturalismo (una seria minaccia per la democrazia) è inevitabile? La seconda domanda è una articolazione della prima: è possibile difendere la società aperta, o libera, dall’azione di minoranze culturali che le sono ostili senza sopprimere, mentre si cerca di difenderla, la società libera medesima? La terza domanda è: sarà possibile convincere gli italiani ad affrontare senza isterismi antistranieri ma anche facendo il contrario di ciò che si è fatto a Parma o a Savona, il difficile problema della convivenza fra immigrati extraoccidentali e noialtri indigeni?

 La multietnicità non è in linea di principio incompatibile con la democrazia. Guidata nel modo giusto può anche infonderle vitalità mettendo i suoi cittadini a contatto con esperienze che in precedenza non conoscevano. In ogni caso, gli ostili alla multietnicità devono darsi pace: una società che ha scelto di non fare più figli non ha altri canali per alimentare la propria forza-lavoro o per mantenere la sua crescente popolazione anziana. Ma se la multietnicità è o può essere un’opportunità, diventa una minaccia se gli indigeni sono così sprovveduti, stupidi o sbadati da accettare che su di essa cresca la mala pianta del multiculturalismo. Il multiculturalismo è una situazione nella quale, di diritto o di fatto (per l’affermazione di nuove usanze), si accetta che l’insieme dei cittadini venga segmentato, diviso lungo le barriere che separano le diverse tradizioni culturali. Si afferma una disparità di trattamento: per i diversi «segmenti» valgono regole diverse, coerenti con le rispettive usanze. La formale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge viene dapprima neutralizzata di fatto e, in seguito, anche di diritto (in virtù di adeguamenti normativi alla situazione di fatto). Non è difficile ritrovarsi in un «incubo multiculturale». È sufficiente che nei vari luoghi — dagli ospedali alle scuole agli uffici pubblici e privati — le domande di trattamenti speciali, in deroga, da parte delle minoranze culturali vengano accolte, un giorno qua e il giorno dopo là: il trattamento speciale, una volta concesso, diventerebbe, dal punto di vista della minoranza, un diritto, e i tentativi di revocarlo incontrerebbero dure resistenze. Nascerebbero controversie giudiziarie e non è impossibile che esse sfocino in sentenze volte a riconoscere il suddetto diritto. Ed ecco la società multiculturale, la frantumazione della cittadinanza, la fine dell’uguaglianza formale di fronte alla legge, l’affermazione di diritti speciali e diversità di trattamento a seconda del gruppo culturale di appartenenza.

 Chi crede che quanto sta accadendo oggi in Belgio non ci riguardi è un incosciente. Il partito islamico, che si presenterà alle prossime elezioni amministrative, punta ad introdurre formalmente (di fatto, nei quartieri islamici è già operante) la sharia, la legge islamica, cominciando simpaticamente dall’idea di mezzi pubblici di trasporto separati per uomini e donne. Fin qui ho parlato dei rischi del multiculturalismo ma gli esempi negativi che ho citato hanno tutti a che fare con la presenza islamica. Benché problemi di vario genere sorgano anche in rapporto alle attività di altre minoranze, è quella presenza all’origine delle difficoltà maggiori. Non sto alludendo al tema della radicalizzazione pro jihad di giovani islamici (un problema speciale all’interno di un problema più generale). Mi riferisco alla delicata questione della convivenza — impossibile per i pessimisti, comunque difficile per gli ottimisti — fra comunità islamiche e democrazia occidentale. Il problema, nella sua potenziale drammaticità, è semplice. La società libera si fonda sul principio della separazione fra politica e religione, fra economia e religione, eccetera. Ma nell’Islam queste separazioni non hanno senso. Il che spiega perché le moschee (a differenza delle chiese) non siano soltanto luoghi di culto. Ne deriva una tensione inevitabile fra società aperta e comunità islamiche. È plausibile, come molti pensano, che la compatibilità fra Islam europeo e società aperta si realizzerà solo se e quando, un giorno, le donne musulmane, influenzate dall’individualismo occidentale, riusciranno a imporre l’abbandono di vecchie regole e principi. Fino ad allora bisognerà stare in guardia, essere consapevoli che si sta maneggiando materiale radioattivo: non bisognerà cedere alle richieste degli (fin troppo visibili) esponenti fondamentalisti delle comunità islamiche, bisognerà favorire solo i musulmani che abbiano già maturato un atteggiamento favorevole per le libertà occidentali, non bisognerà permettere, per eccesso di zelo, deroghe alle regole della nostra convivenza quotidiana. Si riuscirà a «educare» gli italiani? Si riuscirà a impedire che per un misto di ignoranza, opportunismo e desiderio di quieto vivere, passo dopo passo, permettano l’affermazione di principi incompatibili con la democrazia occidentale? Serve una buona dose di ottimismo per crederlo.

Angelo Panebianco, 23 aprile 2018

Se questa è l’ONU

Autore: Andrea Marcenaro

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Certo non sono pochi i motivi per cui lamentarci, qui in Italia, ma pensate a Israele, dal momento che nel prossimo mese di maggio le Nazioni Unite si organizzeranno nel modo seguente: l’Arabia Saudita presiederà il Consiglio per i Diritti umani; l’Iran presiederà la Commissione Onu per i Diritti delle Donne; la Turchia supervisionerà le organizzazioni non governative per i diritti umani; Jean Ziegler, il fondatore del “Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo”, presiederà il comitato consultivo per i diritti umani del Palazzo di vetro e la Siria presiederà la Commissione Onu per il Disarmo, armi chimiche incluse. Sursum corda dunque, amati compatrioti, Di Maio ci farà una pippa.

Andrea Marcenaro, 11 aprile 2018

Una semplice regola

Autore: Davide Romano

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C’è una regola che tanti benpensanti stentano a capire, riguardo al Medio Oriente: vince (o sopravvive) il più forte. Sì, lo so, non è bello a dirsi. Ma qualcuno davvero pensa che il Costa Rica (unico Paese al mondo senza esercito) resisterebbe più di una settimana vicino alle spietate dittature dell’area? E’ la legge della giungla, che noi europei stentiamo a comprendere perché dimentichi del nostro passato e accecati dalla nostra visione di fratellanza con tutti, inclusi i più spietati massacratori. E così i nostri “esperti” ci hanno propinato la favola delle primavere arabe che sarebbero finite col fare nascere rigogliose democrazie. Quella del ritiro degli USA dal Medio Oriente che avrebbe risolto tutti i problemi. Come prima ancora quella del ritiro di Israele da Gaza, che avrebbe avviato a soluzione il problema palestinese (pace in cambio di terra, ricordate la formula magica? Nessuno ne parla più, oggi). Di tutte queste analisi fallite non resta nulla, tranne gli esperti che continuano a salire sul pulpito sbagliando nuovamente le analisi.

Dov’è l’errore? semplice: in Medio Oriente il vuoto (creato dal ritiro di truppe o dalla caduta di regimi) viene riempito da chi è meglio armato e organizzato. A questa regola non si sfugge. Lo sanno bene i cristiani, che da secoli senza uno Stato che li protegga, sono quasi scomparsi. Lo sanno gli Yazidi, i zoroastriani e i curdi, giusto per fare qualche nome. Gli ebrei invece, perseguitati per secoli anche in Medio Oriente, hanno capito la lezione e grazie anche a un po’ di fortuna (cosa che è mancata ai curdi, per esempio) sono alla fine riusciti a costruirsi uno Stato come Israele che è in grado di proteggere i propri abitanti: siano essi ebrei, musulmani, cristiani o di altre minoranze religiose. Dunque chi oggi piange i massacri in Siria (dopo 7 anni di guerra e più di mezzo milione di morti) rifletta su chi stermina e massacra. Su chi permette che questo accada. E su taluni dei nostri politici che si fanno vedere sorridenti a stringere mani con questi macellai, magari indossando pure il velo per non urtare la loro grande sensibilità.

Davide Romano, 16 aprile 2018