I primi 100 anni di Israele, l’anniversario della lettera che fece nascere lo Stato

Autore: Fiamma Nirenstein

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Giovedì sarà una magnifica occasione di orgoglio per l’Inghilterra: il 2 di novembre del 1917 lord Arthur Balfour, ministro degli Esteri della Gran Bretagna, lanciò nell’universo della geopolitica mondiale un razzo che scintilla dopo cento anni. Scrisse infatti una lettera a lord Walter Rotschild, il capo della comunità ebraica inglese, che annunciava di fatto la fine di 1.800 anni di esilio del popolo ebraico e il suo ritorno prossimo venturo a casa, alla sua patria. Una patria mai dimenticata anche nel corso degli anni più spaventevoli e difficili, quelli dei pogrom, delle persecuzioni, delle torture razziali e religiose: mai infatti gli ebrei avevano smesso di pregare volti a Gerusalemme, di gridare al cielo «se ti dimentico Gerusalemme così mi dimentichi la mia mano destra», come si fa rompendo nel giorno del proprio matrimonio un bicchiere, simbolo della distruzione del Tempio nell’anno 70.

Balfour scriveva: «Il governo di Sua Maestà vede con favore l’istituzione (establishment) in Palestina di un focolare nazionale (a national home) per il popolo ebraico, e userà i suoi migliori sforzi per facilitare l’ottenimento di questo obiettivo». Immediatamente, nonostante alcuni leader lungimiranti intravedessero l’opportunità che questo avrebbe rappresentato per alcuni popoli arabi (la dinastia ashemita si distinse in questo), sulla scorta del rifiuto religioso che escludeva ogni presenza non musulmana sulla Ummah islamica e della leadership palestinese, iniziò una sanguinosa campagna terroristica che dura fino a oggi. E opportuno ricordare che non esisteva nessuno stato palestinese, che ancora la zona era dominata dai turchi, che la decisione era supportata da una decisione sia orale che scritta da parte americana, francese, italiana e del Vaticano. Quindi non fu un’azione isolata, come sostiene oggi con una campagna improntata al peggior desiderio di distruzione di Israele Abu Mazen, che chiede che l’Inghilterra cancelli la lettera di allora: fu oltre al rispetto per la storia e per la volontà che il movimento sionista fondato da Theodoro Herzl e anche per un consenso internazionale generalizzato. Fu questo che nel 1922 portò a inserire la creazione dello Stato Ebraico nel preambolo della Lega delle nazioni alla creazione del Mandato Britannico per la Palestina.

Dalla dichiarazione Balfour in avanti, centinaia di migliaia ebrei intrapresero la loro strada verso la terra dei padri, quindi con il senno di poi possiamo dire che essa li salvò dai forni crematori. Trovarono Israele arida, abbandonata come la descrive Mark Twain, ma la dissodarono col loro sudore, la difesero con il loro sangue, la fecero fiorire e la trasformarono nel miracolo di democrazia e di tecnologia che il piccolissimo Paese rappresenta a tutt’oggi. Tuttavia l’Inghilterra non fu coerente nel suo messaggio di giustizia, anzi, si trasformò ben presto, impaurita dal rifiuto arabo, nel poliziotto che chiuse il mare agli ebrei proprio quando ne avevano maggiormente bisogno per scampare alle persecuzioni e alla Shoah. Gli inglesi sin dall’inizio del mandato dettero ad arabi, e non a ebrei, posizioni governative. Produssero bollettini ufficiali e documenti in inglese e arabo, non in ebraico, la lingua che andava prodigiosamente ricostruendosi dalla Bibbia e dalle preghiere trasformandosi nel colloquio della vita quotidiana.

Più avanti, tragicamente, gli inglesi limitarono e bloccarono l’immigrazione ebraica con l’inizio della seconda guerra mondiale. Nel 1939 il «White Paper» bloccava sia l’immigrazione che l’acquisto di terra da parte degli ebrei. Ma il miracolo era già compiuto, gli ebrei avevano ormai intrapreso la marcia del ritorno a casa con la forza della gioia e della disperazione, pronti a soffrire per ricostruire la loro terra. Ha ragione Theresa May quando risponde oggi alle rauche minacce palestinesi: «Siamo fieri del ruolo che abbiamo giocato nella creazione dello Stato d’Israele e certamente celebriamo con orgoglio questo centenario». Anche se oggi il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn annuncia che non parteciperà alle celebrazioni dopo aver più volte ripetuto la sua amicizia ovvero gli Hezbollah e Hamas, e anche se l’ondata di antisemitismo inglese è assai alta anche a causa dell’immigrazione, l’Inghilterra può vantare la creazione di un documento che ha restituito agli ebrei di tutto il mondo il senso della legittimità della loro vita in questo mondo, fra le nazioni, e che certamente gli ha consentito di sopravvivere moralmente anche durante la Shoah.

Balfour ha fatto intravedere la vita oltre la muraglia della morte nei campi di sterminio. Mio padre Aron Alberto NIrenstein dall’Ishuv ebraico dove era andato col suo gruppo sionista-socialista nel 1936, ebbe l’idea di venire a visitare la sua famiglia a Baranov, Polonia, proprio mentre le truppe tedesche marciavano verso l’invasione e la deportazione di quasi tutta la sua famiglia. Di fronte all’avanzare della marea nera potè avviarsi ancora, nella tragedia, con i più avventurosi mezzi verso un paese e un popolo che erano suoi, per sempre, da sempre.

Theodoro Herzl e la dichiarazione Balfour avevano indicato la strada.

 

Fiamma Nirenstein, 30 ottobre 2017

 

Ricordo

Autore: Ugo Volli

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Cari amici,
oggi è il Giorno della memoria e una legge dello stato, che viene addirittura da una deliberazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ci impone di ricordare. Ricordare che cosa? L’apertura del campo di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio del 1945, che segnerebbe simbolicamente la fine del genocidio degli ebrei. Ho le mie riserve, penso che la Shoà non sia finita allora e che per certi aspetti importanti si cerchi di continuarla ancora oggi, ma obbedisco. Ricordo. Non però solo quel che vogliono loro. Non solo che qualche ebreo ce l’ha fatta ad uscire dall’inferno.
Ricordo che gli ebrei erano stati rinchiusi nei campi senza grandi opposizioni della comunità internazionale, che le notizie che giravano sullo sterminio fin dal 1942 erano state occultate al pubblico internazionale e in particolare americano dall’amministrazione Roosevelt con la complicità della stampa anche quella di proprietà ebraica come il New York Times. Ricordo che i fuggitivi dal genocidio erano stati respinti da tutti i paesi del mondo e che in particolare la Gran Bretagna era stata attiva a impedire in tutti i modi e soprattutto con le armi il tentativo delle vittime di trovar rifugio in terra di Israele. Ricordo che a parte pochissimi esempi nel mondo come Danimarca Bulgaria e Marocco i governi europei erano stati solerti nel consegnarli ai loro carnefici.
Ricordo che la popolazione civile, anche quella italiana, aveva in grande maggioranza collaborato con le stragi, denunciando gli ebrei, perseguitandoli e depredandoli, prima, durante e anche dopo (per esempio in Polonia) lo sterminio industriale nei campi. Ricordo che questa complicità si era esercitata abbondantemente in Italia, a proposito delle leggi razziste e poi riguardo agli snodi italiani dello sterminio, come la Risiera di Trieste o il campo di smistamento di Fossoli. Ricordo il silenzio di Pio XII, che da decenni la Chiesa cerca invano di scusare senza rilasciare i documenti di quegli anni (ma ricordo anche i buoni cristiani che agirono secondo coscienza salvando chi poterono).
Ricordo il trattamento indegno che i sopravvissuti ricevettero tornando a casa, per esempio in Olanda; ma anche gli ammonimenti di Croce e Merzagora perché le vittime non esagerassero chiedendo indietro quel che era stato loro sottratto durante le persecuzioni. Ricordo le violente e sanguinose espulsioni degli ebrei dai paesi mediorientali in cui vivevano da secoli e secoli, prima dell’invenzione dell’islam. Ricordo le guerre, il terrorismo, i massacri con cui gli arabi cercarono di impedire la nascita di Israele e di distruggerla dopo la sua costituzione. Ricordo l’alleanza degli arabi e in particolare del movimento palestinista con Hitler. E ricordo pure che quando Netanyahu ricordò questa semplice verità, fu sottoposto a un pubblico linciaggio, cui contribuirono gli utili idioti della sinistra ebraica.
Ricordo che le Nazioni Unite, che ci dicono oggi di ricordare, debbono farsi dimenticare il voto con cui dichiararono che il sionismo – il movimento nato per realizzare la salvezza degli ebrei dallo sterminio restituendo loro la patria da cui erano stati violentemente espulsi – era una forma di razzismo. E ricordo che con quella mozione le Nazioni Unite, il suo consiglio per i diritti umani, la sua sezione culturale UNESCO, e molti altre sue articolazioni, dovrebbero ricordarsi di cancellarne le altre centinaia con cui hanno cercato di colpevolizzare ed eliminare simbolicamente Israele. Ricordo anche che la loro articolazione operativa in Israele e dintorni, l’UNRWA, ha appoggiato in tutti i modi i terroristi, ha ospitato nei suoi edifici i loro depositi d’armi, i loro comandi, i loro cecchini, salvo lamentarsi del fatto che l’esercito israeliano rispondeva al fuoco; e ha messo a disposizione le sue scuole per la diffusione dell’ideologia antisemita e genocida del palestinismo. Ricordo che l’Unione Europea, dove si celebra maggiormente il giorno della memoria, sta riproducendo la mossa nazista della stella gialla marcando i prodotti della Giudea e Samaria, in evidente preparazione di un boicottaggio, anche se ipocritamente nega questa intenzione; ricordo che il suo parlamento e molti parlamenti degli stati membri hanno riconosciuto la “Palestina”, uno stato inesistente il cui solo senso è di cercare di realizzare una nuova Shoà contro Israele. Ricordo che i fondi europei finanziano gli stipendi che l’Autorità palestinese paga ai terroristi, pagano le Ong che preparano provocazioni e danno soldi agli arabi per fare disordini, sono usati per violare la legge israeliana e aiutare a stringere l’assedio terrorista a Israele.
Ricordo infine che l’altro ieri Renzi e Mattarella, ieri il papa hanno ricevuto con tutti gli onori il capo di uno stato ufficialmente negazionista, che propaganda come sua missione storica la distruzione dello stato di Israele, cioè l’Iran. In quel momento si sono dimenticati di tutte le loro parole sul diritto di Israele a esistere, come oggi si dimenticheranno le cordialità che si sono scambiati con chi vuole eliminare lo stato di Israele (e cioè gli ebrei) dalla faccia della terra. Ricordo la loro doppia dimenticanza, prometto di non dimenticarla.
Ricordo molte altre cose, che non ho il tempo di dire qui. Ma tutto questo ricordo mi basta per sapere quanto c’è di falso e di ipocrita in questo Giorno. Magari a qualcuno, che non sa, servirà a conoscere qualcosa dei crimini antisemiti che fanno parte dell’identità europea, come di quella islamica. Ma non basta.
Ugo Volli, 27 gennaio 2016

Menorà: simbolo perduto ma presente

Autore: Giulio Busi

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Un albero d’oro puro, lavorato al martello, carico di calici, boccioli e fiori. I fiori hanno l’aspetto di quelli del mandorlo, ricamo sottile, lavoro finissimo. La menorà è il più antico simbolo ebraico che ci sia noto. Secondo il racconto del libro biblico dell’Esodo, l’archetipo di questo misterioso manufatto, a un tempo lume e pianta, è di origine celeste. Dio stesso lo mostra a Mosè, sul Sinai, e lo illustra con la pazienza e l’abilità di un orafo superno: «Guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte». Il Levitico ci dice che il candelabro a sette bracci era destinato alla tenda del convegno, e i suoi lumi ardevano dalla sera alla mattina. C’è una luce nella vegetazione, nelle piante abita una scintilla sopita, che in qualsiasi momento può trasformarsi in fuoco. Il roveto ardente è un altro, memorabile simbolo di questa presenza divina, che scende nel mondo vegetale, vi prende dimora, avvampa di fulgore. Se il roveto indica la manifestazione eccezionale del trascendente, rivolta a Mosè sull’Oreb, la menorà simboleggia la continuità della presenza e della protezione di Dio sul proprio popolo. 
Nel paesaggio assolato della Terra d’Israele, il mandorlo fiorisce in febbraio, e talora persino in gennaio. Fiori impazienti, che rompono l’ostilità dell’inverno, con i loro colori precoci. 
Impaziente, rassicurante, è la fiamma notturna della menorà nel Tempio di Gerusalemme, che secondo l’antica interpretazione allegorica di Filone Alessandrino e di Flavio Giuseppe allude al cielo e ai sette pianeti. Come gli astri perlustrano la volta celeste, così l’occhio del Signore scruta l’oscurità terrena, e penetra l’altro buio, ancor più segreto e profondo, quello delle coscienze. Brilla, illumina, ma può anche bruciare d’ira. 
«Ecco, vedo un candelabro tutto d’oro – afferma il profeta Zaccaria nella sua visione – e due olivi stanno presso di esso… questi sono i due unti che stanno ritti davanti al Signore di tutta la terra». 
La forma della menorà è ispirata all’equilibrio e alla simmetria, con i bracci laterali che si dipartono dal fusto per diffondere, e bilanciare, l’influsso del lume centrale. L’insieme è a un tempo umano e divino. È questo il segreto ultimo del candelabro, l’insegnamento a cui tendono gli esegeti antichi, e i mistici ebrei dell’età di mezzo. 
Per i cabbalisti sefarditi, la contemplazione della menorà è un modo per sperimentare l’unione dei gradi divini, quel dissolversi delle differenze e delle contraddizioni del mondo fenomenico nella grande, unica energia che precede la creazione, e la sostiene. Come ben indica il testo biblico, la menorà dev’essere forgiata con un pezzo unico d’oro. Senza giunture né mancanze, per significare l’unità nella molteplicità. Il tempo scorre, gli astri salgono in cielo per poi declinare. I fiori sbocciano, per spegnersi ed avvizzire.
I lumi della menorà restano invece vigili, splendidi, non possono venire mai separati gli uni dagli altri. E poco importa che il candelabro del Tempio, dopo la disfatta del 70 d.C., sia stato catturato dai vincitori, esotico bottino di conquista. Quello scolpito sull’Arco di Tito, a Roma, a ornamento del trionfo dei reduci dalla battaglia di Gerusalemme, è solo un oggetto umano, seppur sontuoso, pesante, regale.
Di ingenti dimensioni, poggiata su di un doppio basamento esagonale, la menorà è condotta in processione da soldati cinti di lauro. I portatori paiono procedere con fatica, sotto quel carico di metallo prezioso. È come se il peso si fosse moltiplicato a dismisura con la profanazione. 
Tolto dalla sua sede originaria, il grande manufatto sacro ha perso la sua funzione. Ora è un mirabolante, inerte, spento relitto. Il candelabro interiore, la menorà di parole, di preghiere, di speranze, che è restata accesa nei due millenni d’esilio e ancora brucia, non può essere depredata, sottratta, distrutta.

Il segreto della diaspora

Autore: Ugo Volli

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Cari amici,

si svolge oggi, com’è abituale in tutta Europa in una delle prime domeniche di settembre, la Giornata della cultura ebraica. Vi saranno aperture dei numerosi musei delle comunità ebraiche, visite alle sinagoghe, mostre e conferenze. I programmi delle singole località si possono trovare qui

http://ucei.it/giornatadellacultura/programmi/
 
Tutti gli anni la giornata ha un tema e questa volta, a differenza dalle occasioni del recente passato, l’argomento è pertinente e significativo: “Diaspora. Identità e dialogo” 

Non c’è dubbio che la dimensione della diaspora, cioè della disseminazione, come si traduce letteralmente questa parola greca, sia una caratteristica molto rilevante della cultura e dell’autocoscienza ebraica. Non perché l’ebreo sia per natura “senza patria” o “senza terra”, come hanno spesso sostenuto gli antisemiti dalla leggenda antigiudaica cristiana medievale dell’”ebreo errante” fino alle deliranti teorizzazioni di Heidegger. Ma perché la società ebraica è stata sempre caratterizzata da un equilibrio dinamico fra il suo centro storico e geografico, la Terra di Israele e le comunità sparse in buona parte del mondo (già nell’antichità fra l’India e la Spagna, la Libia e la Mesopotamia, l’Armenia e l’Italia). 

Nel testo biblico il primo ebreo è Abramo, nato nel sud dell’attuale Irak e cresciuto in una città che oggi si trova in Turchia; il popolo ebraico è formato in Egitto e riceve le sue leggi sotto il monte Sinai. I documenti archeologici ci parlano intorno al XIII secolo prima della nostra epoca di una popolazione seminomade di Hapiru che combattono le città cananee e di un popolo di Israel sconfitto dai faraoni.
Quel che conta è che non solo nei fatti, ma anche nella coscienza ebraica vi è la memoria di non essere indigeni – il che è vero per tutte le popolazioni, come ci insegna la paleontologia, ed è richiamato anche in certi miti, come quello di Enea progenitore dei romani – ma è particolarmente sottolineato nella cultura ebraica.
Il fatto di sapersi anticamente immigrati nella propria terra non rende questa meno preziosa ed importante, perché essa è pensata come il dono divino che è la premessa della vita ebraica e dunque della costituzione del popolo.

Sappiamo che una prima grande diaspora in Egitto, in Mesopotamia e in Persia seguì la caduta dei regni di Israele (722 aEV) e di Giuda (586 aEV); sappiamo anche che questa presenza di ebrei fuori dalla loro terra non cessò neppure con la ricostruzione del Tempio e il ritorno degli ebrei a Gerusalemme, fra il 536 e il 515; anzi, sotto il dominio ellenistico e poi romano si espanse in tutto il Mediterraneo, l’Europa continentale e l’Asia fino all’India. La distruzione di Gerusalemme nel 70 eV incrementò il processo e anche di più lo fece l’invasione musulmana (637) e la violenta conquista crociata (1135).

Naturalmente gli ebrei non furono l’unico popolo a essere conquistati, a perdere l’autonomia della propria patria e a essere costretti a emigrare in quella lunga serie di secoli. Furono però gli unici (o quasi, anche gli armeni ebbero un percorso abbastanza simile) a non sparire, a non assimilarsi, a non perdere la loro cultura. Grandi centri culturali ebraici sorsero nella Diaspora, da Babilonia, dove fu scritto il più importante Talmud, alla Francia e alla Spagna, dove si affermò insieme il misticismo e la filosofia ebraica, dall’Egitto dove visse Maimonide all’Italia delle grandi edizioni a stampa, fino all’Europa orientale del Chassidismo. 
Nel frattempo però non cessò mai del tutto la vita e la cultura in Terra di Israele: la Mishnà e una formulazione del Talmud furono compilati fino al VI secolo in Galilea, la trascrizione alfabetica (massoretica) della Torah fu realizzata a Tiberiade fra il VII e il X secolo, lo sconvolgente misticismo di Luria e Cordovero e la codificazione di Josef Karo furono realizzati nel XVI secolo a Safed, sempre in Galilea.

Insomma il dialogo intraebraico non cessò mai, non solo fra le diverse comunità della diaspora (c’erano corrispondenze e anche ricchi scambi commerciali fra la Renania e il Magreb, la Polonia e la Grecia, l’India e perfino la Cina e l’Egitto, lo Yemen e la Spagna), ma anche fra queste e la terra d’origine. 
Gli ebrei si dispersero ma non si persero come capitò a tutti gli altri proprio per la loro fedeltà o se si vuole per il loro ostinatissimo attaccamento a usi, costumi, credenze religiose, norme di vita e anche e soprattutto per la loro terra. 
Ci fu naturalmente l’interazione coi popoli presso cui la diaspora viveva, ci fu dialogo, accettazione delle regole, senso di responsabilità nei confronti degli ospiti e spesso anche amicizia e incontro vero. 

Ci furono anche le persecuzioni, i pogrom , i roghi di libri e di persone, le prepotenze minute e quotidiane o terribili e mortali codificate nel cristianesimo e nell’islam, i ghetti e gli stermini, non solo la Shoah – ma di questo non importa oggi parlare. Tutte le pressioni per l’assimilazione furono però inutili. O meglio realizzarono certamente un’emorragia demografica continua, perché bastava accettare di diventare cristiani o musulmani (o comunisti, o europei illuminati) e quasi sempre la condizione di vita degli apostati migliorava di colpo e notevolmente e magari semplicemente si riusciva a sopravvivere invece di morire. Ma gli ebrei che riuscirono a non tradire la loro identità furono sempre la grande maggioranza e ad essi si deve la capacità della cultura ebraica di sopravvivere abbastanza per essere oggi celebrata.

 Con la costituzione dello Stato di Israele tutto questo è molto cambiato, gli ebrei hanno preso in mano il loro destino e difendono collettivamente e in maniera attiva il loro diritto alla vita e all’identità, anche se gli attacchi non sono affatto cessati. 
Il rientro nella terra degli avi ha avuto ritmi impressionanti, riportando nella Terra di Israele più o meno la metà degli ebrei del mondo. La diaspora però non è affatto sparita, perché molti hanno pensato di poter continuare la vita nei paesi di cui fanno parte, magari proprio perché rassicurati dall’esistenza di Israele.
E la cultura ebraica si fa a Gerusalemme e Tel Aviv, ma anche a New York e Parigi e Londra e magari un po’ anche in Italia. Quel che conta, oggi come nei secoli passati, è non smarrire quella fedeltà che rende la diaspora produttiva, quell’attaccamento a Israele che fa sì che essa continui a essere diaspora e non assimilazione e autodistruzione.

Basta coi falsi storici. Cos’era la Palestina ottomana prima di Israele? Una terra senza Stato, fatta di tanti popoli e tribù

Autore: Claudio Vercelli

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Il 2 di novembre del 1917 Arthur James Balfour, segretario agli Esteri del governo di Sua Maestà del Regno Unito, firma- va un documento ufficiale, a nome dell’esecutivo inglese, poi consegnato a Lord Lionel Walter Rothschild, secondo barone del casato e, soprattutto, maggiore esponente della leadership della comunità ebraica inglese, affinché a sua volta lo tra- smettesse alla Federazione sionista di Gran Bretagna e Irlanda. Il testo, inequivocabile nei suoi contenuti, così andava affermando: «Egregio Lord Rothschild, è con grande piacere di consegnarle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni del sionismo ebraico, che è stata presentata, e quindi approvata, dal governo». In immediata successione il testo del documento statuiva, in forma perento- ria: «Il governo di Sua Maestà guarda con favore allo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico [a national home for the Jewish people], e si adopererà attivamente per facilitare il raggiungimento di questo scopo [and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object]».

 La Dichiarazione Balfour era, al medesimo tempo, un punto di conclusione e uno di avvio all’ interno di un complesso processo storico che avrebbe portato, più di trent’ anni dopo la sua formulazione, alla costituzione dello Stato d’Israele, così come a un complesso ridisegno degli equilibri mediorientali e mediterranei. Il punto d’arrivo riguardava, nel 1917, essenzialmente il movimento nazionale ebraico che otteneva, in tale modo, un riconoscimento politico fondamentale, superando quella fase di iniziale evoluzione che si era aperta con le prime immigrazioni di massa, a partire dagli anni Ottanta del 1800, verso i territori della Palestina ottomana.

Il contemporaneo punto di partenza era invece il complesso di percorsi politici tra gli attori della regione mediorientale (soprattutto arabi, ebrei, inglesi) che si sarebbero accompagnati nel corso del tempo, fino alla loro soluzione per vie di fatto in uno scenario, quello degli anni tra il 1946-1948, completamente diverso da quello originario. La convinzione ancora oggi diffusa è che nei territori che stavano conoscendo una trasformazione sempre più accelerata esistesse non una popolazione araba bensì un popolo, quello “palestinese”, in grado di autodeterminarsi con istituzioni proprie poiché pienamente cosciente di sé, unito da vincoli non solo culturali ma anche e soprattutto politici. La radice del confronto tra ebrei e una parte delle società autoctone, poi tra israeliani e arabi, sarebbe quindi da attribuirsi a questa sorta di “furto delle terre” da parte dei sionisti.

Ci permettiamo ancora una volta di dissentire. Quel che fa di una comunità una nazione è la cognizione di una reciprocità di legami che si tramutano in una sovranità unica, esercitata da quell’ organismo collettivo che è lo Stato, a nome e per conto di ogni individuo che ne sia parte. Non ci sogneremmo mai di dire che comunità autoctone non preesistessero all’ immigrazione ebraica. Tuttavia, la popolazione dei territori palestinesi conduceva perlopiù un’esistenza autonoma, ossia estranea all’ attività politica ufficiale del sangiaccato, l’unità amministrativa dell’Impero ottomano. Si trattava, per diversi aspetti, di una società priva di coinvolgimento politico, nella quale la quasi totalità dei suoi componenti era avulsa sia dai processi decisionali che dalle questioni di potere che ne chiamavano invece in causa le élites. In questo contesto, laddove la storia sembrava non essere ancora passata, quasi l’80% degli abitanti viveva in zone rurali, dedicandosi all’ agricoltura e risiedendo, perlopiù, in piccoli villaggi, di preferenza raccolti nelle ampie zone collinari dell’entroterra. Sistemarsi nella piana costiera o nei bassopiani orientali avrebbe invece messo i contadini alla mercé dei beduini predatori. Peraltro, il tasso di mortalità era elevato, a causa soprattutto delle precarie condizioni igieniche e abitative. Già dall’ inizio dell’Ottocento l’intera area era stata interessata da flussi migratori di considerevole rilevanza, motivati dall’ obiettivo di farne la sede nella quale realizzare progetti variamente ispirati a ragioni religiose o politiche, molto spesso le une coniugate alle altre. Il sionismo completò questo processo di lungo periodo. Non è vero che quella fosse una terra senza popolo. Era una terra dove coesistevano più popolazioni. Il fatto che fosse chiamata «Palestina», parte dell’Impero di Costantinopoli, non generava automaticamente un popolo palestinese. La nascita e la crescita di un movimento nazionale, quello ebraico, quindi non sottrasse alcunché: semmai aggiunse qualcosa, dando a molti, nel corso del tempo, la coscienza di essere parte di una comunità nazionale differenziata. Era una terra senza Stato. La nascita d’Israele colmò questo storico divario.

Claudio Vercelli, Bollettino della Comunità ebraica di Milano, novembre 2017

Lettera aperta al Papa

Autore: Deborah Fait

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Egregio Pontefice,

Sono qui a scrivere per esprimerle il mio disappunto come essere umano alle sue esternazioni dopo la dichiarazione di Donald Trump su Gerusalemme Capitale di Israele.
Non appena la decisione del presidente americano è diventata pubblica, lei è stato tra i primi a commentarla e lo ha fatto esattamente come io mi aspettavo.
Nessuna parola di pace, nessuna raccomandazione agli arabi (palestinesi) di evitare violenze e terrorismo, nessun appello alla calma, tantomeno un accenno al diritto di Israele di avere riconosciuta la propria capitale millenaria.
Le sue parole, del tutto faziose e dirette esplicitamente allo stato ebraico, sono state:  “Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”. 

Mi chiedo per quale motivo lei abbia trovato necessario invocare lo status quo dal momento che ( e lei lo sa perfettamente) Israele ha sempre garantito, nonostante gli attacchi di guerra arabi e il terrorismo palestinese, la libertà di culto per tutte le religioni. Non solo per le tre religioni monoteiste ma anche per i Bahai che, fuggiti dalle persecuzioni in Iran, si sono rifugiati in Israele dove hanno, a Haifa, il loro tempio più bello, e per tutte le altre fedi esistenti nel Paese.
Perchè ha voluto mettere la mani avanti sapendo perfettamente che Israele è una democrazia e come tale si comporta nei confronti di ogni religione?
E poi di quale status quo parla? Quello interpretato dai palestinesi con la loro violenza, con le continue pretese, con il veto di salire sul Monte se non dopo previo benestare del waqf?

 Quando questa terra era occupata dall’islam, prima i turchi e poi la Giordania, ebrei e cristiani non potevano accedere ai propri luoghi santi. Erano interdetti, quando non venivano rasi al suolo, e il Kotel, sacro agli ebrei perchè unico muro rimasto in piedi dalla distruzione del Tempio di Salomone, era addirittura chiuso da un altro muro a ridosso del quale erano state sistemate le latrine pubbliche.
E lei Pontefice parla di status quo sapendo perfettamente che attualmente gli ebrei possono accedere al Monte del Tempio (Bet haMikdash) solamente in orari stabiliti dagli arabi e quando riescono ad arrivarci vengono assaliti da donne e uomini e bambini palestinesi che urlano, strattonano e sputano loro addosso.
E’ questo il suo prezioso status quo, egregio Pontefice?
All’inizio di questa lettera ho scritto che mi aspettavo le sue parole e le spiego perchè.
Se lo ricorda il massacro a Charlie Hebdò e al Superkosher di Parigi? Se li ricorda i morti al grido di Allahu Akhbar? E si ricorda qual’è stato il suo commento rilasciato sull’aereo che la riportava a Roma da uno dei suoi tanti viaggi all’estero?
Io me lo rammento bene perchè è stato in quel momento che ho perso stima e illusione nei suoi confronti. “Ma se qualcuno offende la mia mamma, beh, io gli do un pugno” queste sono state le sue parole, crudeli e pericolose, che giustificavano i terroristi assassini di giornalisti colpevoli di aver fatto satira su Maometto.
Dopo questo fatto dovevano arrivarne altri ad aumentare la mia disillusione, mi riferisco quando a Betlemme lei fece fermare la macchina per andare davanti al muro salvavita…nostra, a pregare.
Lei forse non sapeva che quel muro era stato costruito per bloccare i terroristi che ogni santo giorno entravano in Israele e fare decine e decine di morti tra la popolazione civile? Come dice? Lo sapeva? E allora perchè è andato proprio là a pregare? E’ stato forse costretto dal suo caro amico Abu Mazen? Può darsi, non lo so, sono generosa e le do il beneficio del dubbio anche se credo che un Sommo Ponetfice abbia la facoltà di dire di no a un terrorista.
Non le do invece nessun beneficio per quella messa recitata sotto una gigantesca immagine di Gesù Bambino coperto da una kefiah palestinese.
Non mi dica, egregio Pontefice, che lei, proprio lei, capo assoluto della Chiesa cattolica, non sa che Gesù era ebreo, che come tale è vissuto e come tale è morto, come ebreo ha celebrato il proprio Bar Mitzvà a Gerusalemme, davanti ai rabbini, all’età di 13 anni, come ogni bambino ebreo. Non mi dica che non lo sapeva!
E allora perchè? Cosa l’ha indotta a compiere un atto di tale offesa per tutto il mondo cristiano? Cosa può averla convinta a sottomettersi alle fantasiose favole della lercia propaganda araba? La ragion di stato? Quale stato?
Non esiste nessuno stato palestinese , esiste solo un’ accozzaglia di terroristi, (autoproclamatisi palestinesi quando questo nome era degli ebrei che vivevano nel Mandato britannico di Palestina) che vogliono distruggere uno stato sovrano, Israele!
A questi episodi mi va di aggiungere il suo volto serio e corrucciato quando è andato in visita al Tempio Maggiore di Roma, si vedeva lontano un miglio che non era felice nè sereno. Si capiva che non le piaceva proprio trovarsi là, forse temendo di fare cosa sgradita ai musulmani. Non doveva preoccuparsi, però, dal momento che solo due anni prima era andato a prostarsi, scalzo e piegato fino a terra, nella moschea blu di Istanbul dove si era graziosamente intrattenuto, pieno di sorrisi e generoso di abbracci. Secondo me, poteva bastare ad equilibrare le cose persino per l’intolleranza e l’odio islamico per gli infedeli ebrei.
Concludo questa mia avendo davanti agli occhi la visione di lei che, il giorno successivo alla dichiarazione di Donald Trump, ha ricevuto, senza por tempo in mezzo, una delegazione palestinese per il dialogo inter-religioso. E li ha acolti con queste parole “Per la Chiesa cattolica è sempre una gioia costruire ponti ed è una gioia particolare farlo con personalità religiose e intellettuali palestinesi”.
Sembra una barzelletta, egregio Pontefice, è una barzelleta!
A questo punto, amareggiata da tanta parzialità di chi dovrebbe essere del tutto imparziale , la saluto assicurandola che, nonostante il suo amore per la dittatura palestinese, Israele, fulgida democrazia, grantirà sempre la libertà di culto che la rende l’unico paese del Medio Oriente dove i cristiani sono liberi di pregare e di vivere rispettati e tranquilli.
Purtroppo ai pochi rimasti nei territori di Abu Mazen e di Gaza non è concesso.

Deborah Fait, 9 dicembre 2017