Il Consiglio Mondiale delle Chiese contro Israele

Autore: Daniele Scalise, 23 febbraio 2019

 Esiste ed è attiva una potente, folta e ricca organizzazione cristiana che da almeno 17 anni combatte Israele. Stiamo parlando del Consiglio Mondiale delle Chiese che infiltra nello Stato Ebraico i propri ‘osservatori’, spesso sotto mentite spoglie di innocenti turisti e che tornano a casa per organizzare gruppi di pressione, tavole, seminari, congressi, riunioni corroborati da grafici con la Stella di David che sanguina su bambini palestinesi. Tutto ciò pare essere in angosciante armonia con l’odio antico che i cristiani hanno coltivato inesausti per secoli. Si tratta dello storico antisemitismo nato e fiorito dall’antigiudaismo e che da qualche decennio ha assunto le forme dell’antisionismo che da più di tre lustri ha ricevuto l’esplicita benedizione dei maggiori rappresentanti del clero cristiano. Poco sapevo di questo Consiglio Mondiale delle Chiese (CMC) e la mia curiosità si è accesa quando qualche settimana fa ho letto sulla stampa israeliana alcuni articoli che si riferivano alle iniziative di questi uomini di buona volontà, paladini di una fede che si nutre degli stereotipi più vieti e ripugnanti. Esercizio facile visto il patrimonio a cui posso attingere. Non contento delle notizie recuperate in rete, ho provato a contattare alcuni dei rappresentanti del CMC ricevendo risposte evasive, rimandi al loro sito, dichiarazioni di amorosa ed appunto ‘ecumenica’ fraternità. Nato settant’anni fa, il CMC non ha fatto che crescere e diffondersi. Nel 2017 i finanziamenti erano arrivati a circa 22 milioni e mezzo di euro grazie ai contribuiti di organizzazioni norvegesi, finlandesi, tedesche, inglesi, olandesi, dell’Unicef e di uno stuolo di chiese cristiane. A far parte della congrega troviamo, tra le altre, la Chiesa Assira dell’Est, le Chiese ortodosse orientali, gli anglicani, i luterani, i metodisti e alcune Chiese protestati evangeliche come i battisti e i pentecostali. A esserne rimasta fuori, almeno ufficialmente, è la Chiesa cattolica che non ha aderito al panel ma che invia propri osservatori alle riunioni del CMC. 

Una furba – e al mio palato stomachevole – soluzione diplomatica che non ha impedito a papa Francesco, in occasione delle celebrazioni del 70° anniversario del Consiglio Mondiale delle Chiese, di salire su un aereo per Ginevra dove è stato accolto dal segretario generale del CMC Okav Fykse Tveit e spendere parole sagge sulla necessità di “ravvivare la memoria per non smarrirla”. Memoria che in effetti ha più che bisogno di essere ravvivata. E insieme ad esse anche la consapevolezza di come si comporta questa organizzazione che nel 2002 ha dato vita al Programma di Accompagnamento in Palestina e in Israele, PAPI, acronimo che solo in italiano suona sinistramente beffardo. In pratica ecco quel che succede: dandosi il turno, una trentina di ‘accompagnatori ecumenici’ si piazzano in Israele per un periodo di tre mesi “offrendo una presenza protettiva e testimoniando le loro battaglie e le loro speranze quotidiane (dei palestinesi, s’intende, n.d.r.)”. Fino ad oggi si calcola che quasi duemila ‘accompagnatori ecumenici’ hanno adempiuto al proprio compito, tornando a casa in veste di infiammati testimoni di ciò che chiamano “la vita sotto occupazione”. Se ne vanno per chiese, parrocchie, congregazioni e banchetti affermando – come confessa Itani Rasalanavho, partecipante al programma – che ciò che succede in Israele e nei Territori “non ha nulla a che fare con la religione ma con il conflitto politico. Ed la responsabilità principale è dei sionisti. E’ l’ideologia sionista a cercare di cacciare ogni palestinese da questa terra per creare uno Stato Ebraico”. Non basta. Yosef Dahler, coordinatore del centro gerosolimitano che ospita i volontari, vuole ricordare a tutti che Gesù Cristo comanda di amare i propri nemici che sono i terroristi stupratori protetti e pagati dall’Autorità Palestinese e da Hamas né gli assatanati Hezbollah che, sotto il naso della forza di pace (anche italiana), scavano tunnel per penetrare in territorio israeliano, Dice l’amorevole Dahler. “Naturalmente guardiamo agli israeliani come nostri nemici e sappiamo che il nostro nemico pecca contro Dio e contro l’umanità. E questo è il nostro modo di dimostrare amore, perché se ami qualcuno vuoi liberarlo dal peccato ed è così che l’amore si connette con la resistenza”. Ragionamento contorto ma con una sua angosciante coerenza che rimanda ai battesimi forzati che la Chiesa cattolica riteneva leciti perché salvavano anime che altrimenti si sarebbero perse in eterno. Il buon Dahler dice che quando loro parlano di resistenza non pensano al terrorismo, non sia mai detto. Loro si accontentano di promuovere e incoraggiare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni noto come BDS. Le malefatte di questi signori sono tali da meritare un libro. Teniamoli d’occhio. 

Daniele Scalise

 

 

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