Basta coi falsi storici. Cos’era la Palestina ottomana prima di Israele? Una terra senza Stato, fatta di tanti popoli e tribù

Autore: Claudio Vercelli

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Il 2 di novembre del 1917 Arthur James Balfour, segretario agli Esteri del governo di Sua Maestà del Regno Unito, firma- va un documento ufficiale, a nome dell’esecutivo inglese, poi consegnato a Lord Lionel Walter Rothschild, secondo barone del casato e, soprattutto, maggiore esponente della leadership della comunità ebraica inglese, affinché a sua volta lo tra- smettesse alla Federazione sionista di Gran Bretagna e Irlanda. Il testo, inequivocabile nei suoi contenuti, così andava affermando: «Egregio Lord Rothschild, è con grande piacere di consegnarle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni del sionismo ebraico, che è stata presentata, e quindi approvata, dal governo». In immediata successione il testo del documento statuiva, in forma perento- ria: «Il governo di Sua Maestà guarda con favore allo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico [a national home for the Jewish people], e si adopererà attivamente per facilitare il raggiungimento di questo scopo [and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object]».

 La Dichiarazione Balfour era, al medesimo tempo, un punto di conclusione e uno di avvio all’ interno di un complesso processo storico che avrebbe portato, più di trent’ anni dopo la sua formulazione, alla costituzione dello Stato d’Israele, così come a un complesso ridisegno degli equilibri mediorientali e mediterranei. Il punto d’arrivo riguardava, nel 1917, essenzialmente il movimento nazionale ebraico che otteneva, in tale modo, un riconoscimento politico fondamentale, superando quella fase di iniziale evoluzione che si era aperta con le prime immigrazioni di massa, a partire dagli anni Ottanta del 1800, verso i territori della Palestina ottomana.

Il contemporaneo punto di partenza era invece il complesso di percorsi politici tra gli attori della regione mediorientale (soprattutto arabi, ebrei, inglesi) che si sarebbero accompagnati nel corso del tempo, fino alla loro soluzione per vie di fatto in uno scenario, quello degli anni tra il 1946-1948, completamente diverso da quello originario. La convinzione ancora oggi diffusa è che nei territori che stavano conoscendo una trasformazione sempre più accelerata esistesse non una popolazione araba bensì un popolo, quello “palestinese”, in grado di autodeterminarsi con istituzioni proprie poiché pienamente cosciente di sé, unito da vincoli non solo culturali ma anche e soprattutto politici. La radice del confronto tra ebrei e una parte delle società autoctone, poi tra israeliani e arabi, sarebbe quindi da attribuirsi a questa sorta di “furto delle terre” da parte dei sionisti.

Ci permettiamo ancora una volta di dissentire. Quel che fa di una comunità una nazione è la cognizione di una reciprocità di legami che si tramutano in una sovranità unica, esercitata da quell’ organismo collettivo che è lo Stato, a nome e per conto di ogni individuo che ne sia parte. Non ci sogneremmo mai di dire che comunità autoctone non preesistessero all’ immigrazione ebraica. Tuttavia, la popolazione dei territori palestinesi conduceva perlopiù un’esistenza autonoma, ossia estranea all’ attività politica ufficiale del sangiaccato, l’unità amministrativa dell’Impero ottomano. Si trattava, per diversi aspetti, di una società priva di coinvolgimento politico, nella quale la quasi totalità dei suoi componenti era avulsa sia dai processi decisionali che dalle questioni di potere che ne chiamavano invece in causa le élites. In questo contesto, laddove la storia sembrava non essere ancora passata, quasi l’80% degli abitanti viveva in zone rurali, dedicandosi all’ agricoltura e risiedendo, perlopiù, in piccoli villaggi, di preferenza raccolti nelle ampie zone collinari dell’entroterra. Sistemarsi nella piana costiera o nei bassopiani orientali avrebbe invece messo i contadini alla mercé dei beduini predatori. Peraltro, il tasso di mortalità era elevato, a causa soprattutto delle precarie condizioni igieniche e abitative. Già dall’ inizio dell’Ottocento l’intera area era stata interessata da flussi migratori di considerevole rilevanza, motivati dall’ obiettivo di farne la sede nella quale realizzare progetti variamente ispirati a ragioni religiose o politiche, molto spesso le une coniugate alle altre. Il sionismo completò questo processo di lungo periodo. Non è vero che quella fosse una terra senza popolo. Era una terra dove coesistevano più popolazioni. Il fatto che fosse chiamata «Palestina», parte dell’Impero di Costantinopoli, non generava automaticamente un popolo palestinese. La nascita e la crescita di un movimento nazionale, quello ebraico, quindi non sottrasse alcunché: semmai aggiunse qualcosa, dando a molti, nel corso del tempo, la coscienza di essere parte di una comunità nazionale differenziata. Era una terra senza Stato. La nascita d’Israele colmò questo storico divario.

Claudio Vercelli, Bollettino della Comunità ebraica di Milano, novembre 2017

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